Recensioni

Che James Gunn fosse uno dei pochi a capire davvero come assemblare e concepire un “cinefumetto” è diventato palese fin dal primissimo Guardiani della Galassia, grande boccata d’aria fresca in un contesto – il Marvel Cinematic Universe – che fino a quel momento aveva sfornato una serie di “episodi” tutti più o meno sovrapponibili e dalla qualità piuttosto standard. Dopo altri due capitoli sui Guardiani – nel mezzo un primo tentativo di rifondare il morente DC Extended Universe con il reboot/sequel The Suicide Squad – Gunn viene messo a capo dei nuovissimi DC Studios con cui la Warner vuole rimettere in carreggiata il proprio universo narrativo fondato sulla miriade di personaggi a fumetti in suo possesso. E da chi iniziare se non dal padre di tutti i supereroi? Proprio lui: Superman.
A riprova del fatto che il regista non considera affatto stupido il suo pubblico, l’azione comincia in medias res, con la prima sconfitta di Superman, in un mondo in cui i meta-umani si sono rivelati più di 300 anni prima e dove lo stesso Uomo d’Acciaio opera ormai da tre anni abbondanti. Con un semplice escamotage, Gunn si libera quindi da diversi cliché che accompagnano ormai ogni uscita dell’ultimo figlio di Krypton al cinema. Nella sua prima vera avventura in solitaria da 12 anni (l’ultima volta era stato ne L’uomo d’acciaio di Zack Snyder del 2013), non c’è più bisogno di mostrare la caduta di Krypton, né la presa di coscienza dei propri poteri, né tantomeno di mantenere segreta la propria identità a Lois Lane (con cui il nostro ha una relazione che dura da tre mesi). Inoltre, Lex Luthor è già un magnate miliardario della tecnologia, che esercita un potere politico evidente e un piano per distruggere per sempre la reputazione del nostro eroe.

Posizionati i pezzi sulla sua scacchiera, il lavoro sporco di Gunn si concentra quindi sulla creazione di un mondo “altro”, più fumettoso diremmo, che somigli quanto più possibile al nostro e non viceversa. Superman non è un Dio sceso in Terra, ma fa parte di una realtà in cui i meta-umani sono già parte della stessa storia dell’umanità da molti secoli; non solo, il suo è un Superman che dialoga costantemente sia con la storia del fumetto che con quella del cinema. Non è un caso che il regista si preoccupi di inserire ossessivamente l’immortale tema di John Williams nella colonna sonora di John Murphy e David Fleming, perché questa nuova DC non è immemore delle sue origini e del fatto di essere stata la prima a credere in questo genere sul grande schermo (il riferimento è ovviamente all’indimenticato e per molti ancora insuperato Superman di Richard Donner); così come le bizzarrie di alcune storie ripescate e infuse in maniera coerente con quello che vediamo riproposto sullo schermo (dal cane Krypto al Guy Gardner di Nathan Fillion, dal pocket-universe di Lex Luthor a Lois Lane che pilota un’astronave).
James Gunn sa benissimo che parecchie di queste trovate faranno storcere il naso a molti spettatori, specialmente a quelli ancora scottati dalla conclusione del precedente DCEU e orfani del messianico Kal-El di Henry Cavill, ma ha dalla sua la forza e la potenza narrativa di un fumetto che aveva già detto tutto – politicamente parlando – prima ancora di essere pubblicato. Come sostiene egregiamente Alison Wilmore di Vulture, Gunn non ha bisogno di politicizzare la figura di Superman, lo è sempre stato, fin dalla sua nascita: Gunn “si limita a riportare il personaggio alle sue origini, ovvero la creazione di due uomini ebrei americani le cui famiglie sono fuggite dai pogrom e che hanno dato a quello stesso extraterrestre difensore del pianeta un background da rifugiato”. Allo stesso modo, anche la figura del villain per eccellenza, il Lex Luthor di uno splendido Nicholas Hoult, non ha bisogno di essere modellato su figure più o meno reali (Elon Musk/Donald Trump per citare le più ovvie), ma sono quelle stesse figure della nostra attualità ad aver acquisito progressivamente sempre di più le caratteristiche di un supervillain.

Per lo stesso motivo, in questo bizzarro e folle mondo in cui co-abitano insieme umani e meta-umani, miliardari invidiosi e rifugiati provenienti da paesi in guerra (impossibile non leggere un riferimento alle due principali guerre – in mezzo alle altre – attualmente in corso) proprio come se stessimo sfogliando le pagine di All-Star Superman o riguardando in TV una puntata dei Superamici, la genuina bontà del protagonista appare davvero come l’elemento più alieno di questa storia. Il volto bonario di David Corenswet, davvero perfetto nel far sua una certa ingenuità mista all’arroganza di chi ha il potere di salvare vite innocenti in barba ad ogni protocollo volto a salvaguardare questo o quell’interesse economico (Gunn costruisce il vero fulcro della sua operazione attorno allo splendido dialogo/intervista tra Lois e Clark), ci guida quindi verso un futuro pieno di speranza, in cui la volontà di fare del bene sconfigge qualsiasi avversità o incidente di percorso; perché sì, le sconfitte arriveranno e non saranno poche, ma sono l’unione, la collaborazione, la condivisione di valori, l’inseguimento di un ideale a definire chi siamo e a quale luogo/comunità apparteniamo. Distantissimo dall’Uomo d’Acciaio di Cavill (che esprimeva una profonda alienazione verso il genere umano), quello di Corenswet è la rappresentazione invece di un Uomo del Domani sempre portatore di una genuina fiducia nel futuro e nella bontà intrinseca delle persone.
Tutto ciò non equivale a dire che in questo “Superman 2025” sia tutto oro colato. Ci sono i difetti derivanti dalla costruzione di un universo condiviso che è appena all’inizio del suo percorso, così come il ritmo perde un po’ della sua fluidità iniziale in una parte centrale forse eccessivamente macchinosa e didascalica, ma sono più che altro la conditio sine qua non affinché il tutto non risulti troppo sfilacciato, con il rischio sempre dietro l’angolo che ci si prenda troppo dannatamente sul serio. Quel che importa è che il dado è tratto: questo è il DC Universe di James Gunn, prendere o lasciare.
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