Recensioni

Nel bilanciamento tra impersonale, plurale maiestatis e prima persona, bisogna che ci rendiamo conto che non mi è capitato poi così spesso di poter seguire un artista da e per così tanto tempo: 16 anni. Un artista che ho finito per rispettare e amare nonostante predilezioni e gusto personale avrebbero dovuto, sulla carta, impedirmelo. Su James Blake qui su SentireAscoltare abbiamo scritto molto, da vicino e con costanza. Non ripeto – cerco di non farlo almeno – cose già dette. Ma mi limito a rilevare come sia ormai insensato considerarlo come qualcosa di diverso da un interlocutore tra i grandi della musica pop degli ultimi 40 anni. Blake racconta i tempi difficili mantenendo una coerenza encomiabile rispetto al proprio percorso, riempiendo con mano leggera lo spazio possibile tra elettronica dance, musica soul e cantautorato/forma canzone, il tutto rigorosamente in una prospettiva che è tanto post-tutto, quanto, per gli stessi motivi (pensiamo a Billie Eilish), semplicemente pop.
Il disco è fatto di questi tre James e del loro intrecciarsi, meno omogeneo di opere dalla gestazione sicuramente più lenta, lunga e meditata come i primissimi album, ma parimenti composto da brani pensati e curati che si lasciano ascoltare, riascoltare e ricordare. Quando James mette i panni più classici dei suoi tanti modi, il risultato è eccellente, quando invece sembra porgere fianco e guancia all’adesso, l’efficacia del risultato appare calmierata. Tutti i nomi, i tag e le label che possiamo pensare di spendere, eccole ed eccoli, ci sono tutte e tutti, da Harmonimix coi suoi giocattolini vocali e ritmici, al camerismo weimariano di Klavierwerke, dai torciglioni di synth, alla ballad eterea, dal momento solenne e accigliato, ad ANOHNI e Jeff Buckley.
Rincorrere la tracklist è in fondo un po’ insensato, ma alcune cose – non necessariamente le migliori, né le più rappresentative – mi piace notarle e vorrei fissarle, in ordine. La title track recupera ancora e di nuovo Antony, appunto, per caricarla su uno sfondo Velvet Underground seconda maniera. Make Something Up è una splendida ballad pop-rock, forse finora la cosa più sbilanciata su questo versante del repertorio. E così pure vi spuntano quelli che, andando a memoria, mi paiono i primi valzerini/tre quarti, I Had a Dream She Took My Hand e Didn’t Come To Argue. Days Go By è ammantata di un nostalgismo post-dubstep che riporta alla mente certe produzioni cremose ed housey tipo Cooly G. La slavatura vapor/r’n’b di Doesn’t Just Happen strizza più di un occhio a The Weeknd. Così stilizzate da risultare quasi metamusicali le solo tastiere e voce – molto bello sentire JB così in purezza – Obsession e Feel It Again. Teneramente ridicolo – ma a tale proposito Blake ha fatto dichiarazioni interessanti presentando l’album alla Biennale di Milano – l’uptempo in levare di Rest of Your Life.
James Blake è il cantautore ‘postdepresso’ che dobbiamo essere felici di poter ascoltare ogni tot, quando ce lo concede, in questi tempi difficili.
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