Recensioni

Seguiamo James Blake almeno da Klavierwerke e ne abbiamo seguito gli sviluppi con attenzione. In 13 anni, al netto di qualche dj set in cui gli si sputavano fuori i cd in play e di qualche ep non proprio memorabile, non ne ha sbagliata una ed è anzi cresciuto, nel senso che dopo essersi inventato una cosa sua, se l’è reinventata, l’ha allargata, senza perdere la propria cifra. È stato bravo James. Questo Playing Robots in Heaven arriva dopo un disco ambient, Wind Down, marzo 2022, realizzato assieme a una compagnia di AI tedesca, la Endel, specializzata in soundscape, il cui scopo era far concentrare, rilassare e addormentarsi. Nell’epoca post-Eno della musica funzionale delle playlist di Spotify, la cosa non ci stupisce e anzi ci racconta del senso del mestiere del musicista umano oggi, al tempo delle AI generative e di quelle basate su language model performanti tipo ChatGPT.
Bene, e questo Robots com’è? Prosegue in maniera molto coerente il percorso di normalizzazione della stilistica blakeana, come si evince subito dall’iniziale Asking to Break, che parte subito alla Blake che più Blake non si potrebbe e poi si assesta su un’elettronica ben condotta ma senza particolari guizzi. Il cantautorato di James è un soul allo stesso tempo bianco e urban, composto con un orecchio sul pianoforte e l’altro su Ableton, uno rivolto a un cantato sempre sdilinquevolmente equilibrato alla Antony/Anohni e uno al Kanye West produttore.
Il nostro è tutto tranne che immemore o sciatto, Fall Back ritorna ai Mount Kimbie, I Want You to Know è un Burial pulitino, Big Hammer, il singolo di lancio, è un ragga/grime di origini vetuste mai finora così sfacciatamente corteggiato. Il risultato è che questo è il suo disco più dancey e autotunato di sempre. Nulla di male, nulla di sbagliato, ma il punto è che ci eravamo abituati a un artista capace di spostarsi progressivamente con una placca tettonica, aprendosi e aprendo la sua musica sempre di più, riuscendo nel miracolo di de-esotericizzarla senza sputtanarsi.
Qui lo sputtanamento non è ancora pertinente, ma semmai rileviamo che non ci sono grandi idee, grandi brani, grandi produzioni. Nei video che accompagnano i pezzi su YouTube James porta il fardello sonoro di se stesso, e direi che questa è l’immagine più adeguata per fotografare in questo momento un artista la cui opera è già un classico.
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