Recensioni

Spostato all'ultimo minuto dall'oscura location a Lambrate ai rodatissimi Magazzini Generali (con un pubblico a occhio e croce raddoppiato rispetto alle selezioni fatte via Facebook), il primo e – pare – unico concerto italiano di James Blake per il 2011 è certamente un evento. Ci sono i musicisti (senza troppo sporgere il collo intravediamo tra la folla gli Aucan e – ci dicono – i Crookers; becchiamo anche un paio di amici produttori wonkytaliani), ci sono gli addetti ai lavori, ci sono i dubsteppiani di lungo corso, ma soprattutto i newbie infatuati di questo dubstep arty tagliato con il bisturi per piacere agli indie cresciuti con i Radiohead prima e Burial poi.
Dopo un gruppo spalla non meglio identificato (un duo abbastanza ectoplasmico che suona post-rock ambient), James parte – in strategico ritardo – con Unluck. E parte abbastanza moscio. Gli ci vogliono un paio di pezzi per scaldarsi ed entrare in serata. Si accende con il mantra di I Never Learned To Share e con una Lindisfarne che si scopre molto folkie con quell'arpeggino di chitarra. Il pubblico va un po' a pilota automatico, applaude tutto con convinto entusiasmo, ma già da subito a metà sala si parla come si fosse al pub, e per svegliarlo dall'automatismo – e metterlo in riga – ci vuole un lungo pezzo di dubstep burialiano da dancefloor, che finisce con la cassa pestata in quattro. Ottima mossa. Il set è breve come previsto, un'oretta scarsa, con la tracklist dell'album passata quasi tutta in rassegna e il cuore di tutto, ovviamente, in una Limit To Your Love che ormai è cosa da accendini.
Amplificazione che tutto sommato regge, nonostante i superbassi ogni tanto ronzino, ma è proprio la proposta di James ad essere messa alla prova, e ad uscire provata, dal passaggio sul palco, con tutti quei dettagli e quelle specificità che rendono speciale il disco che finiscono fuori fuoco e stingono. Eravamo preparati dai molti video visti sul Tubo (in location non sempre azzeccate, tipo mega-festival all'aperto sotto il sole del primo pomeriggio), con uno scenario non troppo diverso da quello dei Magazzini (ivi compreso il pubblico chiassoso sui pezzi più slow e più soft). James insomma alla fine non delude, anche perché, oltre i feticismi produttivi e timbrici, i pezzi sono quelli e sono belle canzoni, punto, basta una buona interpretazione, intensa, sentita, per esaltarle. Resta però l'idea che per quello che propone, soprattutto in questa vesta suonata (questo trio stripped down voce/tastiere, chitarra/effetti e batteria/pad), James dovrebbe fare concerti alle tre di notte in club per massimo cinquanta persone.
Piccola curiosità: vediamo James sfrecciare tra il pubblico prima del concerto almeno un paio di volte, altissimo, efebico, inglesissimo nella sua camicia di raso bleu, ma nessuno pare riconoscerlo.
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