Recensioni

Quello di James Blake è un percorso pazzesco. Se le cose hanno un senso, il che non è scontato, noi confidiamo che il suo nome resterà nella storia del pop. Perché a questo punto è questa l’etichetta che, pure con tutti i suoi limiti (a partire dalla sua sconfinatezza), bisogna cercare di usare per categorizzarne l’opera. Solo un pazzo oggi taggherebbe Blake come dubstep, eppure questo dieci anni fa non solo era sensato ma forse anche doveroso.
Blake viene da lì ma ha sempre avuto in testa altro: prendere quello che del dubstep resta quando lo togli tutto e costruirci sopra delle canzoni. Riascoltando di fila la discografia dei suoi dischi lunghi risulta abbastanza naturale l’approdo di Friends That Break Your Heart, sempre soulful ma sempre più r’n’b e, appunto, pop nel senso che pop significa oggi in termini di produzione, inserti e feat urban, capacità di fare da sottofondo (ma un sottofondo che ti fa muovere il culo).
I saliscendi vocali di James sono meno fragili e spericolati di un tempo, lui però è sempre bravo, sempre convincente, solo un pizzico più dentro il cliché-di-se-stesso del solito. Ma del resto la canonizzazione passa anche da questo, dalla normalizzazione. Non sarà esattamente il mondo di Candide, ma sicuramente questo è un mondo interessante (nel senso cinese e non solo del termine): fa piacevolmente strano leggere dei piccoli feat di Jameela Jamil, la star di The Good Place, compagna di James da tempo, e di Joji, cioè il Filthy Frank/Pink Guy di Harlem Shake.
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