“Una poltrona per due”, “Grease” e le altre manifestazioni del moralismo revisionista
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Valerio Di Marco
- 7 Gennaio 2021
Pensavamo che del cinema di John Landis, quell’irresistibile misto di ironia, irriverenza e vis anarchica, si fosse detto tutto e invece eccoci di nuovo a parlarne in termini di cronaca. Un discorso che può valere anche per Grease, la storica pellicola musicale del 1978 diretta da Randal Kleiser e con John Travolta e Olivia Newton-John, fatta oggetto proprio negli ultimi giorni di un’altra polemica revisionista a seguito della sua messa in onda sulla BBC, per cui – secondo i detrattori – la stessa opera sarebbe sessista, omofoba e razzista.
Partiamo però da Landis. Il rito del passaggio televisivo di Una poltrona per due in prima serata la vigilia di Natale rischiava di perdere significato. Bello sì, ogni 24 dicembre, sintonizzarsi in prime time su Italia 1 ma ormai, dopo trenta e passa anni di occupazione del palinsesto catodico nostrano, la liturgia si era svuotata di significato. A riaccenderla, come al solito, ci hanno pensato certi soloni del politicamente corretto. La trama la conosciamo, semplice ma dirompente. Le vite di due tizi, uno squattrinato mendicante (interpretato da Eddie Murphy) e un rampollo dell’alta borghesia finanziaria (Dan Aykroyd), vengono scambiate dai facoltosi zii, nonché datori di lavoro del secondo, per una scommessa dall’importo simbolico di un dollaro. Obiettivo dell'”esperimento sociale”, dimostrare che chiunque, se messo nelle giuste condizioni, può ambire ad affermarsi e diventare ricco. Uno vale uno, non c’è bravura o abilità, è solo una questione di estrazione, di fato, di nascere dalla parte giusta del mondo e della società: in fondo, tutto l’opposto di un’apologia del capitalismo. La storia mette in evidenza, a mezzo risata, che il credo neoliberista e le leve con cui si è radicato nella coscienza del mondo occidentale – su tutte ambizione, arrivismo e carrierismo, ossia i dogmi dell’America targata 80s e quindi di buona parte del mondo venuto dopo – si reggano su pilastri di cartapesta. Tuttavia il cineasta di Chicago non intendeva fare tabula rasa dei principi padronali per sostituirli con una costruzione di tipo etico: Una poltrona per due non è un’operetta morale ma solo una bellissima commedia, peraltro neanche la migliore tra quelle da lui dirette. Caustica, pungente, ma probabilmente inferiore a Animal House, The Blues Brothers e Un lupo mannaro americano a Londra. Eppure più di qualcuno in questi giorni, stravolgendone il senso, è riuscito a ravvisarvi addirittura i crismi dell’approvazione del mantra liberista, ossia tutto il contrario di ciò che film vorrebbe dire. Le nuove generazioni non capiscono l’ironia? Evidentemente no, laddove invece, il più delle volte, a cogliere lo sberleffo sono coloro più avanti con gli anni.
Un altro esempio del genere è appunto Grease, un caso montato da tabloid e poi ripreso dai media italiani che ha riacceso il dibattito social. Per il film del 1978 vale lo stesso discorso fatto per Via col vento: molti di coloro cresciuti con il film l’hanno difeso a spada tratta; gli altri, non l’hanno digerito. Del resto la società è cambiata, e con essa la sensibilità e di conseguenza il lessico. Un film uscito cinquanta, ottant’anni fa, può cozzare, per determinati aspetti, con il senso comune odierno. Ciò che è sbagliato è tuttavia la censura. Purtroppo il modo più semplice per evitare il confronto è rimuovere, cancellare. Vie brevi alle quali di solito ricorre chi ha poca dimestichezza con la cultura del dissenso.
Ma non è stato sempre così. Probabilmente, trenta o quarant’anni fa nessuno avrebbe mai proposto di vietare una commedia di Billy Wilder perché veicolava l’immagine della donna oca. Purgare, condannare, è l’atteggiamento del benpensante piccolo borghese che abbatte le statue – e, beninteso, quella a Bristol poteva anche aver senso tirarla giù -, quando invece il passato non dovrebbe fare paura, specie se lo si sa contestualizzare (il che richiederebbe appunto un minimo di conoscenza storica). Per esempio, la polemica sulla pastasciutta coloniale ha poco senso se diventa l’ennesima occasione di uno scontro tra fazioni. Così come una zuffa tra ultrà è stata la docu-serie SanPa: luci e tenebre di San Patrignano: anche lì, in molti casi ci si è schierati senza guardare alla complessità della vicenda e del contesto sociale, politico e culturale che fece da sfondo alla nascita e alla crescita della comunità. E senza guardare troppo al dramma dell’eroina.
Senza parlare poi dell’odierna, odiosa, pratica del ban linguistico in riferimento a determinati vocaboli o alla pratica sempre più in voga dell’uso – invero comico – di asterischi e lettere al contrario per “contrastare” le differenze di genere che comunque uno dovrebbe rispettare a prescindere dal moralismo di facciata. Per tutti, basti l’esempio del deputato del Congresso degli Stati Uniti la cui “perla” è stata concludere la preghiera in aula non con il tradizionale amen, ma con and awoman. Roba da società distopica.
Articolo aggiornato l’ 11/01/2021 alle 12:30
