Recensioni

7.2

Tutto sommato mi pare che l’enfasi contenuta con cui è stata accolta la pubblicazione di questa (concisa) raccolta di inediti, sia coerente con la bassa intensità della celebrazione postuma dedicata a Ivan Graziani dal momento della sua morte, avvenuta il primo gennaio del 1997, quando il rocker e cantautore abruzzese aveva soltanto 51 anni. Del resto, si trattava di un musicista anomalo, dalla carriera obliqua, condotta sul confine tra sarcasmo e romanticismo, graffio e poesia. La sua calligrafia melodica affondava le radici nel folk a chilometri zero, nella prossimità rurale a grana grossa ma dai risvolti profondi e le infiorescenze sottili, mentre l’estro chitarristico pescava nel blues-rock indocile dei tardi Sessanta, ciò che gli permise di frequentare l’ambiente progressive dei primi Settanta (nel 1975 andò molto vicino a diventare chitarra e voce solista della PFM) e quindi a entrare nel cerchio magico di Battisti (è molto presente con chitarra e mandolino in Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera). 

Nel frattempo intraprese una carriera solista che regalò gioielli ad alta rotazione radiofonica (Lugano addio, Agnese, Firenze, Monna Lisa…), la cui luminosità era sempre in qualche modo bilanciata da frequenze torbide, da una strisciante dissennatezza che male s‘incastrava con le trasgressioni sempre più codificate e catodizzate del pop-rock. Quelle hit d’altronde erano disseminate in album spesso spigolosi, terrigni, beffardi, spietati nei confronti di una società che transitava dall’impegno all’individualismo, dal piombo allo schermo televisivo, codificando un mainstream in grado di metabolizzare tutto, e quindi di formattare l’espressione nei ranghi del radiofonicamente corretto. Piccolo esercizio mentale, tanto per dare una lucidata alle coordinate: ve la immaginate una Taglia la testa al gallo nella programmazione contemporanea? No, vero?

Non possiamo parlare di rimozione nei confronti di Graziani, questo no. È un classico della nostra canzone (aggiungere “d’autore” a piacere). Ma è un classico scomodo perché difficile da contenere in un formato riconoscibile, in uno standard. Per gli amici arriva come un messaggio nella bottiglia – tre audiocassette rinvenute dalla famiglia – a confermare esattamente quest’ultimo aspetto. Otto canzoni, neppure mezz’ora di durata complessiva. Niente che faccia sobbalzare sulla sedia (a parte forse in un caso, come vedremo), eppure quanto basta per sottolineare la capacità di raccontare, cantare e suonare senza il guinzaglio di forme predefinite, seguendo una sensibilità propria che gioca col materiale espressivo piegandolo a un’espressione non addomesticata, non formattata. Viva, porco cane.

Se Una donna apre la scaletta nel segno di un divertissement arioso, con una power-ballad un po’ prevedibile e persino ingenua ma tutto sommato gradevole e disinvoltamente radiofonica, subito dopo La rabbia fa emergere un’amarezza livida e pietosa, un rimestare nel quotidiano spicciolo (“Ha ragione Maria, lei che vive a Pescara”) per setacciare il disagio collettivo, per tracciare la sagoma attorno al cadavere dei sogni, ammazzati da un modello di vita sordidamente tossico. È davvero una canzone intensa e grave che pure conosce il segreto della leggerezza, un piccolo capolavoro dal retrogusto Tenco che merita di essere annoverato tra le cose migliori di Graziani (regalandoci il suddetto sobbalzo).

Detto della contro-epica tra gospel e folk de La canzone dei marinai, qui nella versione originale ovvero priva del ritornello aggiunto (non senza una certa abilità) da Colapesce e Dimartino nella rilettura contenuta nel loro ultimo Lux Eterna Beach, si lascia apprezzare per l’estro sbrigliato Miley, ritratto di ragazza indocile che impasta malizia, ironia e tenerezza con accattivante passo blues-rock, mentre Tv – con l’intervento vocale del figlio Filippo a coprire una strofa di cui non è stata rinvenuta la traccia vocale – prende in prestito andatura (e sarcasmo) Lennon per un’altra power ballad che non risparmia carezze caustiche nei confronti dei mostri che (ancora oggi) abitano il piccolo schermo. E che dire de L’Italianina, ispirata a un canto tradizionale e condotta con delicatezza fino al cuore del sentimento popolare: con quella grazia più esposta che esibita, siamo dalle parti dei Ron e dei Fabrizio Concato più ispirati.

Se Ti sorprenderò è piuttosto interlocutoria e abbastanza telefonata nella sua energica solidità (quasi stolidità) radiofonica, la title track chiude i discorsi liberando l’estro chitarristico con generosità irriverente, quasi un merge tra Il chitarrista e Pigro, nel quale la vena da rocker e il piglio da busker periferico (che Graziani si è sempre portato dentro) azzeccano una sintesi ruvidella e frizzante.

Non stiamo parlando insomma di un “lost album”, ma di una piccola costellazione di segnali sparsi e – ahinoi – residui. Eppure stupisce quanto unire i puntini appaia come un gesto sensato, ovvero come restituisca una sagoma forte, una conformazione musicale tanto semplice quanto difforme, discrepante. Quello che si sente in queste canzoni – nel loro prima di essere canzoni, nel loro interno e attorno – è il suono eversivo della genuinità. È il suono della mancanza di alcuni passaggi deterministici tra intuizione e realizzazione, del filtro algoritmico della finalizzazione radiofonica che pastorizza il prodotto finale, lo rende commestibile, innocuo, fermo restando (anzi: aumentando per compensare) il sensazionalismo della confezione. 

Il punto non è esaltare la tradizione contro la modernità che tutto dissolve, il pane e salame contro il Pro Tools, ma l’evidenza che – chissà quando – è stata attraversata una soglia. Le otto canzoni di Per gli amici provengono da prima di questo attraversamento, ed echeggiano di conseguenza. Fanno, a modo loro, un po’ male. 

Fanno bene, a farci male.       

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