Recensioni

6.2

Ad ogni nuovo lavoro di Alan Myson aka Ital Tek, ci si chiede quale possa essere il genere o lo stile di turno ad aver fornito l’ispirazione al producer di Brighton. Operando all’interno di confini musicali bassosi che tendono a privilegiare atmosfere cupe, minimalismi e profondità cavernose, Myson si è sempre distinto per un approccio “coloristico” e massimalista, in cui la cura ossessiva per il dettaglio ha spesso sopperito allo scarso apporto innovativo. Ital Tek è quell’artista che non ha mai inventato niente, eppure ha sempre saputo sporcare con un tocco personale quelli che sono stati i cavalli di battaglia tra i ’00 e i ’10 di casa Planet Mu – e qunidi di gran parte del panorama elettronico: dubstep e post dubstep, juke, footwork e accenni trappeggianti.

Gli ultimi anni hanno visto un cambio di rotta, con gli intricati pattern ritmici fatti slittare in secondo piano a favore di un più ampio respiro orchestrale delle melodie, guadagnando in immersività ciò che è stato sacrificato in quanto a grooviness e polimorfismo bass. A due anni da Bodied, Myson torna dunque con Outland, sesto album in studio e risultato di un periodo turbolento segnato dall’abbandono della frenesia cittadina, ma soprattutto dall’arrivo del primo figlio. Frutto di intense sessioni notturne, Outland è definito da Myson stesso come una collaborazione tra le due parti di sé: attenzione per le melodie, e bassi viscerali.

L’aggettivo ideale per questo album – ma anche per il precedente, e meglio riuscito, Bodied – è “cinematico”. Già dall’iniziale Chamber Music, che riparte da dove il precedente lavoro si era fermato (con l’aggiunta di basse frequenze più pronunciate), tutto trasuda quel senso di esasperata magnificenza e pathos da colonna sonora. Nonostante la copertina in bianco e nero e l’atmosfera minacciosa, le melodie tratteggiano sempre decise pennellate di vernice colorata retrofuturisticamente illuminata al neon. Pare di essere al cospetto di un aspirante Vangelis 2.0, una soundtrack per un film tutto slow motion e piani sequenza della società post black mirror, ma che non ardisce a oltrepassare il valico delle inquadrature cui siamo già abituati, al punto da poterle quasi prevedere senza troppa fatica.

Se il precedente lavoro era quasi del tutto beatless, qui, come detto, convivono le due anime del producer; eppure le sferzate di bassi che fanno da contraltare ai ghirigori di sintetizzatori faticano nel lasciare il segno (le piacevoli ma tutto sommato trascurabili Deadhead ed Endless, le prevedibili Open Heart e Diamond Child). Gli episodi migliori si hanno quando Myson lascia prevalere il suo lato più orchestrale: Reverie è esattamente quello che ci si aspetta dal titolo, 2 minuti e 43 di escapismo romantico e sintetico, mentre Angel in Ruin riesce bene nella sua malinconia astrale. Il mix melodico-ritmico dà i suoi frutti migliori in Bladed Terrain e Leaving the Grid, eppure l’impressione generale è quella di trovarsi di fronte una raccolta di outtakes delle sessioni di Hollowed e Bodied, con i pro e i contro dei due predecessori, ma con l’aggravante della minestra riscaldata.

Insomma, se è vero che nel corso degli anni ’10 Ital Tek si è rivelato un ottimo interprete in grado di fiutare e dare il suo apporto ai movimenti e ai ritmi più freschi, è altresì vero che il suo contributo ha spesso faticato ad oltrepassare il limite di una maniera fin troppo autoreferenziale. Con il riuscito a metà Hollowed, e soprattutto col seguente Bodied, ha provato a scrollarsi di dosso i trend del momento per cercare un suono più emozionale e meno legato ai capricci delle mode; suono su cui ha ricamato anche Outland che, ribadiamo, non mostra sbavature o difetti evidenti – anzi, è ennesimo testamento della cura certosina per il dettaglio sonoro – ma non offre guizzi isolati, né il senso di pienezza e quadratura dell’ascolto che Bodied riusciva a trasmettere.

Le note sci-fi decadenti di Oblivion Theme chiudono l’album e suonano come sunto perfetto di un lavoro ben fatto ma senza picchi. Tema per l’oblio, appunto. Sufficienza portata a casa grazie al sound design impeccabile, in attesa della prossima metamorfosi del camaleontico Myson.

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