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Non sarà un allarme assordante, e nemmeno un pulsante che chiede di essere premuto, ma la pubertà quando arriva ti prende e ti cambia senza nota di preavviso. È un cambiamento repentino, fisico, psicologico e caratteriale, un mostro che ingloba l’essere fanciullesco per rinchiuderlo in una parte nascosta di quel corpo pronto a diventare adulto. Al centro di Inside Out 2 ritroviamo allora una Riley ormai adolescente, giostrata emotivamente da un Quartier Generale (sempre gestito da Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto) scosso sia dall’allarme lanciato dalla sirena della “pubertà”, che dall’arrivo di nuove emozioni, tipicamente associate a tale periodo della vita: Ansia, Invidia, Ennui e Imbarazzo.

Inside Out 2 ha dunque una duplice responsabilità: prendere in eredità gli sfarzi e la profondità umana lasciati in dono dal suo illustre predecessore, e allo stesso tempo riuscire a restituire con un linguaggio semplice, ma allo stesso modo impattante, quel processo complesso che è il diventare grandi.

C’è un che di ribelle nell’età adolescenziale, e c’è un che di ribelle anche in Inside Out 2. Non a livello narrativo, quello è un aspetto che ricalca quasi pedissequamente, come carta carbone, i confini tracciati dal primo capitolo nel 2015. L’alito rivoluzionario di uno slancio anarcoide si ritrova piuttosto nell’introduzione di nuove emozioni, così respingenti e così familiari. Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia erano un gruppo di emozioni primarie capaci di far ridere, di far commuovere, di sussurrare allo spettatore attimi scappati come sabbia tra le mani. Erano i punti cardinali di un viaggio dell’infanzia prima riscontrabile nella mappatura mnemonica del nostro passato, e adesso restituito sul grande schermo con fare elegante, ironico, e colorato.

Già, perché ogni personaggio ha un proprio design e una scelta cromatica mai banale, ma ben studiata, dove ogni abito, o colore della pelle, si fa elemento parlante, carattere simbolico pronto a significare altro da sé. Il giallo di Gioia, il rosso di Rabbia, il viola di Paura, il verde di Disgusto e il blu di Tristezza sono i colori che gli stessi bambini assocerebbero alle varie emozioni se dovessero dar loro una forma. Pete Docter prima, e Kelsey Mann poi, giocano con questi collegamenti mentali, per poi scavare ancor più tra le intercapedini della nostra mente, recuperando miti di infanzia, amici immaginari, fobie e strutture cerebrali, rendendo comprensibile e accessibile anche ciò che è complesso e indescrivibile.

Gioia e Ansia in Inside Out 2

La perfezione della resa visiva, le diverse caratteristiche fisiche e vocali affidate alle emozioni come se fossero personalità differenti e uniche, i giochi di luci e ombre, e gli sguardi espressivi, sono tutti elementi atti a rendere vivi, quasi tangibili, tanto le emozioni di ieri quanto quelle nuove di oggi. Ma ciò che sicuramente colpirà come un destro ben assestato, è la capacità di tradurre visivamente, – rendendoli così reali – attimi dilanianti, come gli attacchi d’ansia. Non più e non solo opera per bambini, la Pixar va ancora al di là della sua abilità visiva e creativa, per offrire un racconto profondo, maturo, capace di dialogare con quello strato sottocutaneo che arriva fino alle nostre sinapsi, e giocare così con quelle stesse emozioni che si vanta di portare sulla scena. Ansia che prende il controllo della mente di Riley, arrivando a mutarle il carattere, e a renderla altro da sé, non vuole essere soltanto una manifestazione visiva di una possibile conseguenza della pubertà: è la trasfigurazione pseudo-reale di attimi che arrivano, ti lasciano senza respiro, ti alienano, ti debilitano e annullano.

Quella qui mostrata da Inside Out 2 è l’ennesima istantanea cinematografica di una galleria tematica che partendo dall’aspetto infantile gioca con la profondità di tematiche complesse: che sia il concetto di morte e aldilà (Soul, Coco), di inclusività e integrazione (Elemental, Luca), amicizia e solidarietà (Toy Story), l’ultima fatica di casa Pixar va al di là del costrutto animato per parlare alle nostre menti, alla potenza delle emozioni, anche quelle represse, o ignorate. Possiamo non aver vissuto in prima persona un attacco di ansia, uno slancio di invidia, o uno scatto di rabbia (così come possiamo non aver vissuto un lutto come quello di Carl Fredricksen in Up) ma quello che riesce a compiere nuovamente Inside Out 2 è sollecitare il nostro apparato umano, immergendoci in una giostra emotiva che tutti possono adesso comprendere e condividere.

Alla notizia di un sequel di Inside Out, a prendere possesso della consolle mentale di molti di noi è stata sicuramente Paura. Paura per ciò che avremmo visto; paura per ciò che insieme a Riley avremmo dovuto affrontare; paura nei confronti di ciò che abbiamo adorato, delle vette raggiunte, dei razzi presi e dei Bing Bong persi. Avevamo paura che una bellezza pura, rara, come Inside Out potesse in un qualche modo essere intaccata da un racconto superficiale, lasciandoci così delusi e arrabbiati. Eppure, il regista Kelsey Mann (qui al suo debutto alla regia, dopo aver sceneggiato Il viaggio di Arlo) coadiuvato dal team di animatori Pixar, come un prestigiatore delle emozioni, è riuscito a compiere la magia e trasportarci in un universo dove l’animazione incontra l’essere umano, il disegno incontra la mente umana, il colore le emozioni.

Sebbene scorra su un manto stradale non certo privo di buche che finiscono per frenare un viaggio certe volte traballante, la pellicola parla più che mai di noi, di emozioni che a volte noi stessi proviamo, sentiamo, ma che ci è difficile descrivere. Sono emozioni spesso sottovalutate, derise, prese in prestito e decontestualizzate, ma capaci di togliere il sorriso, o di separarci dagli altri, distruggendo legami proprio come si distruggono parti della nostra mente. Da invidia a imbarazzo, passando per Ennui (“quello che voi chiamate la noia” ma che ingloba in sé anche il sarcasmo) arrivando a quell’Ansia di arancio colorata, i nuovi incontri emozionali tentano di ribaltare la vecchia guardia proprio come un adolescente tenta di sovrapporsi e sovvertire i propri genitori.

Vi sono sicuramente passaggi che potevano essere analizzati meglio, momenti che potevano distaccarsi maggiormente rispetto all’opera precedente, evitando così il senso di costante deja-vu e prevedibilità; eppure è nella capacità di rendere emotivamente coinvolgenti momenti unici che si ritrova la vera essenza di Inside Out 2. Un punto di forza di un carattere che vive sulla scia del suo essere passato, ma ora investito di elementi nuovi, inediti, e ancora una volta commoventi.

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