Recensioni

La prima parte di Up ha davvero il coraggio della poesia. Una lirica a metà strada tra il futurista e il nostalgico. Prima di tutto ci si vede specchiati in uno schermo: noi al cinema con gli occhialoni per il 3-D e lui, ragazzino sognatore, ugualmente al cinema e con occhialoni da nerd. Oddio sono io! Lo seguo mentre se ne sta nel suo modesto e bucolico quartiere di provincia, usa il cinema come luogo di sconfinamento e con la mente va all’avventura, posti irraggiungibili, lontani. C’è un eroe, ovviamente, che sullo schermo agisce per lui. Carl, il ragazzino, lo vede in un documentario cinematografico in b/n, di quelli che andavano tanto di moda, sull’aviazione, in quel periodo in cui la visione dall’alto sembrava la cosa più fantasmagorica e affascinante ci potesse essere al mondo. Incontra Ellie e c’è un altro ‘riconoscimento’: sulla poetica americana del soul mate, soprattutto in termini di serialità, si potrebbero spendere interi saggi tanto è ricca e densa di suggestioni. Così ecco un altro meccanismo di proiezione che funziona perfettamente: loro sono, appunto, soul mate ma noi, in sala, non rimaniamo solo testimoni ma diretti destinatari di una piena identificazione.

L’operazione strategica riesce benissimo, tanto quanto una strizzatina d’occhio in una direzione di reciprocità; il vortice di immagini e colori della prima mezz’ora è straordinario. I segni della confidenza, della specularità fra i due ragazzini sono perfetti: si incontrano, si appoggiano l’un l’altro nei momenti di difficoltà, si sposano e vivono e, intanto, sognano. Questo processo di identificazione e riconoscimento dell’inizio è funzionale alla parte successiva della storia: quando Carl, il ragazzino, diventerà Carl burbero e vecchio, uomo inutile se non dannoso, quei primi minuti di identificazione si riveleranno fondamentali. Dal momento del matrimonio in poi il racconto è pieno di ellissi e ciò che viene mostrato ha già la forma del ricordo: singoli frame sugli avvenimenti e le peripezie della quotidianità, interpolati dall’immagine iterata della rottura del salvadanaio. Come da canone le immagini sono fané, circondate dall’opacità della memoria. E la vita scorre via mentre il sogno (bisogni, desideri, aspirazioni…) rimane irrealizzato. Il risveglio nella quotidianità di questo vecchietto intrappolato nel passato è impossibile: qui ricorda Clint Eastwood, seduto nel suo portico in Gran Torino, anche lui immobilizzato dentro la memoria di una realtà ormai andata mentre un’altra che non gli appartiene sta avanzando. Il ragazzetto gli viene in soccorso pur non sapendolo – nel solo modo, cioè, in cui lo può fare un bambino, appunto, ingenuamente – e lo fa impersonando lo stesso potere salvifico che molte altre volte nel cinema abbiamo visto rappresentato da figure angeliche e naif.

Quante suggestioni crea il miracolo del volo della casa? Ne Il mago di Oz la casa se ne vola via con lo stesso obiettivo di fuga che redime da una vita di mancanze, disequilibrata. Ma a molti ha fatto pensare a Hayao Miyazaki. Di fronte alla speculazione edilizia un gesto del genere – far librare una casa con miliardi di palloncini colorati – è non solo un gesto poetico ma politico (Dolinar in ‘Film Tv’): fa persino venire in mente – concedetemi questo volo di idee libere – un’insostenibile leggerezza dell’essere (la casa, in fondo, è libertà ma anche peso). E allora ecco che si ritorna allo straccione futurista WALL-E, altra figura altrettanto poetica e politica, che dell’anticonsumismo fa un vero e proprio stile di vita. Alla Pixar sono bravissimi a creare personaggi del genere: non solo possono farlo grazie alla produzione digitale delle immagini – che non li costringe al realismo e non li sottopone alle bizze della realtà – ma sanno anche farlo per il semplice motivo che hanno creato una vera e propria poetica che li precede. I personaggi e le storie della Pixar sono riconoscibili e questa riconoscibilità è la chiave di volta che trasforma un semplice buon prodotto in un marchio. Operazione commerciale finchè si vuole ma, in fondo, il cinema è un’industria no?

Per me UP poteva anche finire qui, nel momento in cui la casa prende il volo ma, ovviamente, si tratta di un prodotto per un pubblico ben preciso: è lì, infatti, che inizia l’avventura per i bambini. Da quel momento il film ha momenti divertenti, sfrutta il famoso lancio-di-oggetti-modello-3-D, ha cani che parlano, una ‘sagoma’ di uccello che viene battezzato ‘struzzo in technicolor’ e un classico cattivone, come nel più classico e rodato dei modelli. È strano: come mai alla Pixar fanno dei meravigliosi primi quarti d’ora silenziosi? È una firma, sicuramente. Ma, forse potrebbe essere qualcosa di più: la riscoperta di un cinema delle pure immagini, in qualche modo anche diverso da quello della tradizione americana. É un modo di pensare alle immagini che ricorda, in parte, il cinema orientale, fatto solo di suggestioni visive ed emozioni silenziose; con in più una cura dell’immagine incredibile: provate anche solo a guardare la trama dei tessuti, un ordito perfetto fatto di ombre, luce e colore.

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