Recensioni

Fresca dell’album di debutto di Facta, co-fondatore dell’etichetta insieme a K-Lone, la londinese Wisdom Teeth pubblica Light Armour, secondo e attesissimo EP del misterioso producer Iglew. Apparso dal nulla nel 2015 con un Ep, Urban Myth, uscito sulla Gobstopper di Mr. Mitch e divenuto in breve tempo oggetto di culto nella scena grime strumentale allora in pieno fermento, Iglew si è altrettanto rapidamente dileguato lontano dai riflettori. Qualche remix, edit e apparizione, ma nessun’altra release ufficiale a suo nome.
Light Armour arriva in questo giugno ’21 ad interrompere il silenzio discografico che durava da sei anni, e lo fa sparigliando le carte in tavola. Come il debutto si inscriveva perfettamente nella direzione artistica della Gobstopper, intenta a trovare nuove vie nel cosmo grime, così Light Armour assurge a manifesto programmatico della ricerca sonora (e umorale, prima ancora) della Wisdom Teeth. Se dovesse esistere la definizione di techno bucolica, difficilmente troveremmo una label meglio indicata per essere rappresentativa di questo fantomatico (sotto)genere.
Molte uscite pubblicate da Facta e K-Lone – inclusi soprattutto i loro rispettivi album – suonano come produzioni di qualcuno uscito di casa con l’intento di andare in un club, e che strada facendo ha preferito fermarsi in un parco a bere birra e sfumacchiare con gli amici. Nelle cinque tracce qui presenti, Iglew rispecchia fedelmente questo mood, declinandolo in stili diversi ma coesi.
Le prime due tracce sono le più club-friendly (il nostro protagonista immaginario è pur sempre uscito di casa per una sana clubbata). Caffeine Dream richiama le atmosfere IDM dei tempi che furono e ci innesta sopra un pattern fresco, per quasi otto minuti di UK techno psichedelica. Gold rimane in territori simili ma più atmosferici, all’insegna del contrasto fra un basso cupo e synth eterei. La title-track fa da spartiacque: siamo quasi in zona contemporary r&b (un remix con Kelela al microfono non sarebbe una cattiva idea) ed è tutto laccato e zuccherato quel tanto che basta per risultare godibile-ma-non-stucchevole. La pressione e la tensione diminuisce ancora nelle ultime due tracce. Microfunk Lament è poco lamentosa, moderatamente funk, molto micro. Siamo dalle parti della micro-house di inizio millennio, ma senza la cassa dritta. Unica traccia al di sotto dei quattro minuti, è quasi un interludio prima del finale a sorpresa che sancisce il definitivo rimpiazzo del club col fancazzismo sdraiati sul prato: Hawksworth Woods, infatti, è un mantra minimalista vagamente orientaleggiante, unico collegamento verosimile col sino-grime a gravità zero di Urban Myth, ma indubbiamente più vicino alla New York di Steve Reich e Philip Glass che alla Londra di Mumdance e Mr. Mitch.
Senza lode e senza infamia, un altro tassello nel mosaico Wisdom Teeth (menzione speciale per le loro grafiche) che non deluderà gli amanti dell’escapismo elettronicamente indotto.
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