Recensioni

7.1

Primo album per Josiah Gladwell aka K-Lone, rilasciato dalla Wisdom Teeth da lui fondata e diretta insieme a Facta. L’album esce in piena primavera e riesce mirabilmente ad evocarne e restituirne sentori, colori, odori e umori, nonostante la clausura forzata dovuta alla pandemia.

Cape Cira è concepito come “music as escapism” e abbonda di riferimenti fourth world e new age che vanno ad ornare le fondamenta costruite secondo dettami house filtrati attraverso una lente ambient. Sempre morbido e sinuoso, si dipana amabilmente in quella terra di mezzo fra l’ascolto in sottofondo per farsi cullare dalle atmosfere leggiadre e naturalistiche – con coordinate di ascolto ideale che vanno dall’aperitivo al tramonto in spiaggia, alla passeggiata per boschi o laghi di montagna – e l’ascolto attivo alla ricerca di ognuno degli innumerevoli dettagli sonori disseminati qua e là fra i layer percussivi.

L’album è presentato come «un mondo sonoro seducente tra il reame naturale e quello digitale», in cui synth e software imitano i suoni della natura, e i field recordings vengono a loro volta laccati di iperrealismo digitale. Oltre alla sintesi felice tra mondo naturale e mondo digitale, trovano una quadratura anche l’aspetto più propulsivo e quello più introspettivo del producer britannico.

Trainate da un costante, ma delicato, battito di una cassa che non supera mai i 120 bpm, le prime quattro tracce si sarebbero prestate fin troppo bene ai dj set di warm up per i party cui abbiamo dovuto rinunciare causa Covid-19. Yelli e Palmas sono ipnoticamente irresistibili (e poco ci importa se marimbe, xilofoni e percussioni varie sono digitali), mentre Cocoa e Honey dispiegano atmosfere più dreamy con accenni rispettivamente deep e dubby.

Più astratto e tendente al fronte ambientale, il secondo poker di brani ci mostra un K-Lone nei panni del pittore arcadico che dipinge landscape musicali lussureggianti per accompagnare le nostre fughe dalle giungle urbane, o semplicemente scenari immaginari cui abbandonarsi col pensiero. Sono sufficienti i field recordings che aprono la title track a teletrasportarci in un altrove fantasioso e lussureggiante. Si prosegue col gusto dolceamaro di Bluefin, l’idillio bucolico di In the pines, e la chiusura sommessa e vagamente malinconica di Happened.

Un album ben riuscito, ideale colonna sonora primaverile e ottima compagnia anche per la stagione estiva.

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