Recensioni

Più volte la carriera post-Stooges di Iggy Pop ha fatto pensare che il collasso definitivo fosse dietro l’angolo, oppure – peggio – che avesse ormai imboccato il tunnel del dinosauro a cui vengono concessi palchi e fette di mercato discografico sempre più marginali in virtù di meriti tanto indubbi quanto inevitabilmente consegnati al passato. In pochi, credo, avrebbero scommesso che un giorno lo avremmo visto sfornare l’album da solista numero diciannove. Eppure forse il merito più grande di Mr. Osterberg è di aver saputo capitalizzare al massimo la sua riscoperta (preferite forse: resurrezione? O: sdoganamento?) avvenuta a metà anni Novanta con l’inclusione di Lust For Life nella soundtrack di Trainspotting, muovendosi con sagacia tra mito (più punk di tutti e prima di tutti) e maturità grazie a uscite ben ponderate, che se da un lato pasturavano l’antica scelleratezza (Naughty Little Doggie, Beat ‘Em Up) dall’altro lasciavano affiorare una vena da autore e crooner (Avenue B, Préliminaires) che aggiungevano alla sua losca figura abbastanza sfaccettature e strati da farne un padrino del rock a tutto tondo.
L’Iggy del terzo millennio sta bene sia a torso nudo (Post-Pop Depression) che col doppio petto (Free), riesce a sembrare sempre credibile sia quando impreca sul palco che quando spende complimenti per i Måneskin oppure quando chiacchiera affabilmente con l’amato pappagallo nelle storie di IG. È un demonio che in mancanza di pace ha trovato la quadratura e sa adattarsi con naturalezza a qualunque situazione, tanto che sembrano essere le situazioni ad adattarsi a lui. È un gigantesco e ridanciano chissenefrega a forma di iguana, nel cui gozzo cova il ribollire tossico di storie così famigerate da meritare ogni esagerazione sul loro conto. Se ci pensi, sta tutto nel suo sorriso affilato da floridano acquisito (vive ormai da anni a Miami), di quelli che non sai bene se stia per sputarti o stringerti la mano, recitarti un poema o chiederti se ti avanza una striscia.
Eppure è anche una faccenda più grande di lui: è quello che sta accadendo (che è ormai accaduto) al rock. In questo senso la figura chiave del nuovo Every Loser è il produttore e chitarrista Andrew Watt, vincitore del Grammy 2021, uno che ha messo la firma sui recenti lavori di Eddie Vedder e Miley Cyrus, e che è stato coinvolto a vari livelli con nomi quali Justin Bieber, Lana Del Rey, Cardi B, Blink-182, Elton John, Ozzy Osbourne e Dua Lipa.
Al di là di questo carosello variamente pop, Watt ha evidentemente un’attitudine rockettara, sembra conoscere a fondo entità e potenzialità del patrimonio semantico che il rock può trasmettere al pop, ed è qui che concentra la sua azione: architettando forme rock in possesso del codice e, come dire, dei codici di accesso del pop. Il suo incontro con Iggy è una sorta di ripiegamento spazio temporale, un abbeverarsi alla fonte, un tentativo che può dirsi riuscito soprattutto per un motivo: perché Iggy, come al solito, se ne fotte. Prende e porta a casa. Esercita il mestiere al di là del bene e del male, di mainstream e alternative, di farci ed esserci.
Le undici tracce sono una piccola enciclopedia di punk-rock e post-wave con propaggini di cantautorato rock e accenni arty, è il dinamico e versatile spettacolo d’arte varia che ti aspetti da un Iggy a cui sia stato messo a disposizione un palcoscenico off-Broadway nel quale sguazza come un piranha in uno stagno: eccolo quindi aprire le danze con la scossa nevrotica di Frenzy e chiuderle con la scorribanda scoscesa e liberatoria di The Regency, permettendosi nel mezzo un po’ di tutto, da una Strung Out Johnny che galleggia sorniona in un mid tempo post-wave (quasi una chimera tra China Girl e Comes As You Are che bruca sulle ombre del proprio mito: “God made me a junkie/But Satan told me so/You’re strung out, Johnny” –) a una Neo Punk che si srotola ironica e abrasiva col passo cazzone dei Ramones, passando dal glam avariato hardcore di Modern Day Rip Off a una New Atlantis che scozza talkin’ arguto e lirismo sornione con effetto assieme camp e ammiccante. Va messa agli atti poi una palpabile componente Stones tanto in Morning Show – ballata country rock da lingua in bocca e malinconie crepuscolari, con tanto di slide e hammond – che All The Way Down, l’approccio brusco anni ‘80 spinto fino a sconfinare nella smania hard dei Cult, mentre Comments impacchetta verve post-wave col piglio guizzante e angoloso di un Julian Cope.
Tutto ciò – è questo il punto o, se preferite, il mezzo miracolo – senza deviare dalla rotta di una più che potenziale radiofonia. Sì perché Every Loser gronda appeal da ogni solco, lo fa grazie a una buona vena compositiva (Iggy è co-autore in un album corale) e soprattutto – ovviamente – sfruttando la mitologia dell’Iguana. Tuttavia le suddette ascendenze e discendenze non suonano fittizie, non sembrano etichette funzionali a coinvolgere il target del rockofilo più o meno scafato. Intendo dire che potrebbero anche trattarsi di un patchwork predeterminato algoritmicamente, probabilmente è così, ma Iggy emana tanto carisma da rendere comunque ogni pezzo la scheggia di un’esplosione antica che non ha smesso di essere pericolosa o comunque anomala.
Vedi anche la scelta di Raymond Pettibon per l’artwork, uno che ha segnato l’iconografia rock alternativa tra ‘80 e ‘90, con particolare riferimento ai Black Flag e ai Minutemen, per non dire della celeberrima copertina di Goo dei Sonic Youth. È un ingrediente organico al disco, assieme al plotoncino di ospiti di rilievo quali il compianto Taylor Hawkins, Chad Smith dei RHCP e Travis Barker dei Blink-182, Duff McKagan (storico bassista dei Guns N’ Roses), Stone Gossard (chitarrista dei Pearl Jam), il polistrumentista Josh Klinghoffer (anche lui già nei RHCP) nonché due Jane’s Addiction come Eric Avery e Dave Navarro.
Una misticanza di nomi che si sottrae alla regola del featuring mirato alla creazione di hype, che al contrario mette al servizio del progetto non la (relativa) fama ma l’attitudine. Ragion per cui, credo si possa sostenere che il totale valga più della somma delle parti, e che Iggy abbia regalato al rock non un capolavoro – sarà mai più possibile parlare di capolavoro in ambito rock? – ma se non altro un album che non si preclude la possibilità di azzannare le playlist senza smettere di essere pienamente – impudentemente – rock.
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