Recensioni
Idles
La ferocia dei re di Bristol in concerto a Milano
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Umberto Scaramozzino
- 15 Luglio 2022

Li aspettavamo lo scorso 3 marzo, al Fabrique, ma in un momento di forte incertezza le istituzioni non hanno permesso che lo show del ritorno degli Idles in Italia avesse luogo. Tutto rimandato all’estate, con un hype già esagerato spinto ancora verso l’estremo. Ecco che il 14 luglio, alla prima di quattro date italiane, i fan degli Idles si aggirano per il Carroponte di Sesto San Giovanni (MI) come l’affamata fauna della savana, che scalpita in attesa che la caccia cominci.
Vedere il Carroponte così pieno per una band post-punk, sapendo che è solo la prima tappa di una mini-tournée nel nostro Paese, riempie il cuore. La band di Bristol, oltretutto, è stata l’apripista di quello che si è trasformato in un vero e proprio movimento musicale, nato (o meglio, visto) come revival ed evolutosi ben presto in una delle scene di maggior fermento del Regno Unito e non solo.
Fontaines D.C., Shame, Squid, black midi, Murder Capital, Do Nothing, Black Country, New Road, sono solo alcune delle molteplici incarnazioni di una scintilla che in realtà nacque dai primi lavori degli Sleaford Mods, per poi trovare negli Idles la formula perfetta per raggiungere il grande pubblico e creare tendenza.

Nella mischia, gli Idles sono sicuramente tra i rappresentanti più heavy del movimento. Lo sono su disco, ma lo sono ancora di più dal vivo. Scelgono però di avviare la loro schizofrenica serata senza correre subito a mille, con la miglior opener del loro arsenale: Colossus, singolo cardine di Joy as an Act of Resistance. Un inizio perfetto, caratterizzato da una tetra introduzione, da un vigoroso crescendo e da una maestosa chiusura che vede i nostri bristoliani uscire spavaldi dall’erba alta e a balzare sull’obiettivo con gli artigli sfoderati. È l’ora dei predatori, la caccia ha inizio.
Il set messo a punto dagli Idles è un susseguirsi frenetico di brani feroci, intervallati giusto da qualche frazione di secondo di pausa fisiologica. Tutto il resto sembra superfluo. Nessuna parola, nessuna distrazione. Sono in missione per portare la loro personalissima visione contemporanea del punk che, per quanto innovativa voglia essere, non può prescindere dall’istinto distruttivo che arriva come un’ammaliante eco degli anni Settanta.

A differenziare Idles e soci dall’anarchia del «non so quel che voglio / ma so come ottenerlo» c’è un modo di pensare solidissimo, molto a fuoco, dove il nichilismo lascia il posto a chiari intenti, dove la brutalità flirta con un dissonante ottimismo. Il “no future” dei Sex Pistols è un lontano ricordo, perché gli Idles il futuro lo vedono, lo sognano e lo rincorrono brandendo «martelli e sorrisi». Sono proprio questi i due elementi spesso usati dal frontman Joe Talbot per descrivere l’attitudine della band. E li ritroviamo in Grounds, con il suo eccezionale riff elettronico, e Mr. Motivator, entrambi singoli di Ultra Mono (2020), ad oggi l’apice artistico della formazione inglese.
Il palco del Carroponte, a mano a mano che gli Idles macinano brani, sembra restringersi, fallendo nel timido tentativo di contenere i cinque musicisti britannici. Una rupe troppo piccola per così tanti Re della savana. A turno, ognuno di loro sembra rubare la scena agli altri, in un selvaggio rito e senza fine. Joe si dimena – più con la veemenza di un gorilla, che non con l’eleganza di un leone – emettendo versi gutturali e fendendo l’aria con una violenza primordiale.
Adam Devonshire è forse il più istituzionale del quintetto, ma l’apporto dei suoi giri di basso è talmente fondamentale da renderlo la colonna portante di tutta la struttura. Jon Beavis alla batteria è una macchina inarrestabile, sicuramente il membro che dispensa meno sorrisi e più martelli. Col passare dei minuti non fa che enfatizzare sempre di più i suoi colpi su piatti e rullante, alzando trionfalmente le braccia verso il cielo. Potrebbe limitarsi a movimenti rapidi e più puliti? Certo, come anche le star dell’NBA non sono costrette a schiacciare quando arrivano a canestro, eppure non è proprio per quello spettacolo che mezzo mondo paga per seguirne le gesta? E allora lasciamo che il buon Jon si diverta e godiamoci questa sana spettacolarizzazione tribale.

Ci sono poi le due chitarre, le zanne che affondano nella giugulare della preda. Da un lato Lee Kiernan, matto come pochi, che non risparmia neanche un briciolo di energia nella sua coreografia convulsa e più volte scende a suonare tra il pubblico, mentre il suo povero roadie cerca di impedire che i cavi vengano tranciati. Dall’altro Mark Bowen, l’idolo indiscusso della serata. Nel suo ormai iconico abito da donna, si prende i riflettori per festeggiare il compleanno e si concede ai fan in un crowd surfing da manuale, strillando al microfono come un’autentica icona punk.
Il primo momento distensivo arriva con The Beachland Ballroom, la spiazzante ballata che lo scorso anno ci presentò il cambio di rotta di Crawler. L’anima soul di Talbot, qui in un’inedita veste crooner, dimostra di essere particolarmente calzante e apprezzata. Si rallenta quindi? Eh no. Arriva Never Fight a Man With a Perm a ricordare che gli Idles sono animali da caccia grossa, perciò si riparte con la stessa ferocia, andando a saccheggiare tutti e quattro gli album del repertorio. Proprio come il loro percorso discografico, partito con tre album prettamente punk e poi ampliatosi, in piena pandemia, in una ricerca sonora e stilistica culminata in Crawler, gli Idles si addentrano nella sezione finale della performance spezzando il serratissimo ritmo iniziale e cercando il proprio pubblico.

Joe Talbot rivolge le prime significative parole verso la platea a pochi brani dalla fine, scherzando, ringraziando, istigando ed esortando. In pochi minuti lo show cambia faccia, partendo da A Hymn, forse la prima ballad mai scritta dagli Idles – nonché uno dei brani più riusciti di Ultra Mono – che ha il compito di compattare il branco e veicolare i messaggi più intimi e sentimentali. Che va bene parlare di politica, redenzione e debolezze, ma se l’umanità è la più grande dote degli Idles, come potrebbero non trattare l’amore? «I wanna be loved / Everybody does». Nulla di più semplice.
La delirante chiamata alle armi di War, il party estemporaneo di I’m Scum, l’inno pro-immigrazione di Danny Nedelko, la muscolosa sfuriata di Rottweiler rendono il finale del concerto una collezione di momenti epici. Ora è evidente a tutti perché Joe Talbot si arrabbia così tanto quando provano a ingabbiare il suo gruppo nell’etichetta post-punk. C’è così tanto altro, costruito in appena un lustro o poco più, che sarebbe davvero un crimine non riconoscerlo.
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