Idles
IDLES, foto per la stampa di Tom Ham (2021)

Il notturno degli Idles. La nostra intervista

Ci eravamo lasciati un anno fa con una scommessa vinta. Infatti, aspetto una pinta da Mark Bowen perché alla fine gli Idles il primo posto in classifica lo hanno raggiunto con Ultra Mono. Quando, però, ho ascoltato per la prima volta Crawlerun senso di sospensione mi ha attraversato. Come mi spiega Bowen, suonare un brano lento dal vivo può essere più intenso e potente che suonare cento brani tirati e nevrotici. D’altronde, è cominciato tutto da una sensazione del cantante Joe Talbot, ovvero quel nodo in gola ingigantito dall’hangover che ti stringe forte e non ti molla. Un pensiero fisso che ti fa pensare alla precarietà della vita, a come siamo capaci di rovinarcela con le nostre dipendenze, mettendo a rischio noi stessi e gli altri.

Parto da qui chiedendo al barbuto Mark, collegato dal tour bus che sta attraversando gli Stati Uniti, se è stato difficile tradurre in musica e, prima ancora, misurarsi con queste sensazioni così complesse e personali dell’amico Talbot: «Sinceramente, no. Joe è molto sincero e schietto sulle sue fragilità. Te ne parla senza risultare labirintico. Siamo molto diversi, ma l’immagine che mi viene in mente è quella di due ingranaggi differenti che si incastrano alla perfezione. Perciò, entrare nel mood di questo album è stato semplice, anche se ho sempre avuto bene in mente di cosa si trattasse».

IDLES (foto documentario)

Dopo un anno, Bowen sembra un’altra persona. Però, i baffi del 2020 erano sorretti dallo stesso flusso di coscienza che lo pervade adesso. Soprattutto quando mi parla di quanto sia orgoglioso di Crawler, un album «dove per la prima volta abbiamo privilegiato i nostri singoli ascolti all’idea di un sound della band. È vero, siamo prolifici; abbiamo tirato fuori cinque album in cinque anni, ma quando qualcuno me lo fa notare io dico sempre che noi Brutalism l’abbiamo fatto uscire dopo otto anni dalla nostra formazione».

Crawler è un album notturno, viscerale. Una collezione di testi «mai così poetici» – come direbbe Bowen – e canzoni che sovrappongono il duro rock degli Idles a influenze dal passato recente e remoto. Mi spiega il chitarrista: «Più che nostalgico, direi vintage. È questa la scatola dalla quale abbiamo tirato fuori la nostra passione per il pop degli anni Sessanta, la Motown, il soul, il doo-wop. Come sempre, li abbiamo presi e portati nel nostro terreno». Un terreno aspro che, però, mai come in passato è così aperto alle nuove influenze, non solo sul profilo del sound. Infatti, il suono della batteria è trattato come si faceva nei dischi dei Portishead. Bowen mi spiega il complicato procedimento che prevede la registrazione delle singole parti dello strumento su un vinile che, riprodotto, restituisce una patina opaca; una traduzione sonora della confusione mentale che i postumi ci regalano.

Una delle mie curiosità è come la band stia vivendo questo periodo. Perché dopo un primo posto in classifica e una nomea da band live da vedere (e noi ne avremo la possibilità a marzo al Fabrique di Milano), un po’ di pressione non è così difficile che ti salga. Bowen mi dice che è una sensazione difficile da spiegare: «Da un lato c’è una vocina che ti distrae e dice che sei il migliore, basta guardare cos’hai raggiunto. Dall’altra, devo ammettere che il nostro obiettivo rimane lo stesso: essere la migliore band live al mondo. Sappiamo di essere sopravvissuti alla pandemia, molte band sono state spazzate via dall’anno e mezzo passato».

Idles, foto di Tom Ham (2020)

Come sempre, i dischi e i singoli degli Idles hanno copertine che spiegano il suono sul piano visuale in maniera talmente dettagliata da risultare quasi naturale. Cosa molto difficile nel periodo storico in cui viviamo, fatto di sovraesposizione visiva attraverso i social. Bowen mi confessa che l’artwork, anche se non completo nei dettagli, arriva prima della fine delle registrazioni: «Ho bisogno di un’immagine, di una palette che mi guidi per la produzione da seguire». In Crawler il suono si fa più arioso; nonostante il disco abbia un’aura oscura, il wall of sound di spectoriana memoria si erge granitico, reso ancora più maestoso dalle pause e dai ritmi meno sincopati di alcuni brani.

Trovo molto suggestivo che il finale dell’intervista a Mark Bowen si chiuda proprio come la scorsa chiacchierata. Infatti il nuovo album degli Idles, pur essendo così intimista e crepuscolare, finisce col celebrare la vita: «Mettiamo in pratica questa idea sin dal primo album. Perché la vita non è tutto un “sono felice, mi sono realizzato, ho il mio bel lavoro, la mia bella famiglia, va tutto bene!” No. La vita è anche dolore, perdita, lotta, calci e pugni con te stesso». E Crawler – un disco «di passaggio», concorda Bowen – scava dentro le nostre fragilità, naviga attraverso i nostri traumi, striscia lungo le pieghe più perturbanti del nostro animo per poi uscire a riveder le stelle.

SentireAscoltare