Recensioni

Huerco S., alias con il quale lo statunitense Brian Leeds si fa riconoscere in una delle sue vesti artistiche, torna dopo sei anni a pubblicare inediti. L’ultima volta si trattava di For Those Of You Who Have Never (And Also Those Who Have), oggetto iridescente e ai confini dell’astrazione dalla club music. Se allora anche su queste pagine ne lodavamo la vena non riverente nei confronti di nomi come Basinski o Oval, così come della serie Kompakt Pop Ambient, oggi ci troviamo colti in (parziale!) controtempo.
D’altronde stiamo parlando di uno che qualche anno fa su Bandcamp in un certo senso disconosceva l’ambient, in quanto musica “produttiva” e quindi capitalista (poi, è anche vero, l’anno scorso è uscito un disco a nome Pendant che sempre da quelle parti insisteva…). Parliamo comunque di un artista a cui raramente è piaciuto adagiarsi su un consenso anche condiviso (e l’ultimo disco è stato quasi unanimemente accolto come uno dei lavori – virgolette – ambient più importanti del decennio). Lo aveva fatto dopo i primi singoli proponendo una house traslucida e attutita che si era trasformata nel suddetto primo LP; lo fa nuovamente adesso, dopo sei anni passati di certo non con le mani in mano (la sua West Mineral Ltd. è label più che interessante).
Allora questo Plonk. Esce sulla Incienso di Anthony Naples, e fa slittare i propri canoni su una meccatronica che dall’ambient di cui sopra volge sguardi nostalgici più ai SAW di aphexiana memoria (prendiamo Plonk IV, con un’anima drillosa sotto MD) che a un Eno. Non che ci sia – nemmeno questa volta – voglia di citazionismi: ma la caratura frattale che assume questo Plonk si muove certo nella direzione di una IDM aggiornata al nuovo millennio (vedi anche Lee Gamble, Objekt, Call Super e M.E.S.H.), che porta dentro di sé anche ciò che negli anni ha saputo influenzare. Si pensi a una certa trap impalpabile che evapora dal singolo (si fa per dire, sono 9 minuti e passa) Plonk VI o alla meticolosa texture sotto il flusso di coscienza rappato in Plonk IX, per altro il primo pezzo in cui Leeds si interfaccia con una collaborazione vocale (Sir EU), senz’altro il momento più inaspettato della scaletta e che parte da un algo/ritmo autechriano come Plonk VIII.
Ci sono ancora i momenti astratti nei quali i beat si assentano e le onde si dilatano. Nella pittorica traccia d’apertura, senz’altro, dove il tempo è quello del medioevo digitiale e il ritmo un imprevedibile carillon à la Tim Hecker. Prima del culmine assoluto, quella Plonk X che in 11 minuti avvicina a un orgasmo mai raggiunto, nelle dieci tracce si incontrano ed emergono più volte i momenti di – relativa – meditazione. Plonk V è un veloce passaggio a-ritmico che in un certo senso fa da fulcro per una parte centrale del lavoro più incalzante; Plonk VII costruisce castelli di carte tanto elaborati quanto effimeri.
Potremmo anche definirla conceptronica, e non ci sbaglieremmo: lo è anche nella cornice “teorica” che la accompagna in sede di presentazione. Leeds si dice ispirato dalle macchine, sua grande passione – specialmente quelle da rally – durante l’infanzia. Il disco vuole essere una sorta di manufatto sonoro che funga da parallelo tra musica e macchina – d’accordo, questo legame è stato a lungo indagato: pensiamo alla Detroit techno o al krautrock, ma qui la prospettiva è diversa. Non, se vogliamo, una similitudine in termini di suono o atmosfera, quanto piuttosto in termini di infrastruttura.
Nelle acide e contemporanee composizioni di Plonk (ecco, qui sì la similitudine è onomatopeica col clangore del metallo) e al netto delle sovrastrutture (troppo) teoriche, Huerco S. dimostra di sapersi re-immaginare, e in un mondo che è sempre più istantaneo c’è ancora spazio per – questa – elettronica liminale.
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