La parabola dei Sonic Youth vista dal Letterman Show
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Edoardo Bridda
- 28 Ottobre 2022
Per ogni appassionato dei Sonic Youth suono e presenza on stage sono un tutt’uno. Tanto importanti quanto la loro inimitabile commistione di musica e rumore sono l’iconografia, il modo di stare sul palco, di maltrattare le chitarre e anche, perché no, il portare frangette e caschetti e outfit “alternativi” (dalle camicie a quadri al vestito a righe di Kim, alle scarpe con il logo dei Dinosaur Jr…). Una quintessenziale presenza rock di discendenza velvettiana che una performance televisiva potrebbe esaltare o svilire, a seconda delle limitazioni dettate o meno da network bacchettoni.
I Nirvana si prenderanno gioco di queste dinamiche in un celebre videoclip fatto apposta per ricordare che quelle regole non erano certo sparite con l’avvento del grunge. E all’interno di un quadro siffatto, prima di registrare la loro prima esibizione televisiva al programma di seconda serata condotto da David Letterman, i Sonic Youth sono comprensibilmente preoccupati. Non sono sicuri che il conduttore lascerà loro suonare il pezzo con la formazione al completo. Thurston Moore, il più paranoico, telefona a Neil Young, che li supporta da quando li aveva voluti in tour con lui due anni prima. E l’osannato padrino del grunge, a quel punto della storia, manda le rassicurazioni e gli in bocca al lupo del caso. «Dì loro che siete sotto la mia ala protettrice e andrà tutto bene». E bene andrà sul serio, senza restrizioni di sorta.
Poco da girarci attorno: da Letterman, i Sonic Youth bucano lo schermo con understatement punk. Sono cool come solo le band newyorchesi sanno essere. Se ne fregano del look e delle pose, ma anche quello è uno stile, un modo di stare sul palco. Arrivano per la prima volta nelle case degli americani a un anno dalla pubblicazione di Smells Like Teen Spirit, il brano che nel frattempo ha sancito l’entrata del rock alternativo nel mainstream. E lo fanno muovendosi un bel po’ ma puntando lo sguardo su strumenti e microfoni, non certo in favore di camera: Thurston Moore, statuario, canta a occhi chiusi mentre l’inquadratura indugia sul suo taglio di capelli à la Brian Jones. L’outfit d’ordinanza, jeans e maglietta nera con tanto di logo dei Royal Trux, altri formidabili cultori del noise. Kim Gordon indossa la classica minigonna con giacca e zeppe. Lee Ranaldo, che le taglie le porta oversize come i 90s comandano, si becca le riprese d’ambiente, ma va bene uguale. E Steve Shelley, che non solo è dietro le pelli, ma anche alle spalle di Gordon, sarà la presenza fantasmatica dell’intera performance.
Dietro ai Sonici di Dirty ci sono grandi aspettative e speculazioni. Sfonderanno? Le “limate” al loro sound di Butch Vig, che già aveva messo le mani e raccolto gli sbuffi del caso per Nevermind e Gish, avrebbero fatto il miracolo ancora una volta? Il disco deve come minimo garantire alla band di poter cavalcare quell’irripetibile congiuntura storica. E in ballo, per una formazione come la loro, ci sono questioni di coerenza e continuità. L’“esperimento major”, come lo descriveranno i diretti interessati, sarà una partita giocata in due riprese, con un inizio riluttante che vedeva Moore interessato a Vig perché produttore di un 45 giri dell’oscura hardcore band di Madison Mecht Mensch e non certo come l’uomo dietro l’esplosione del grunge.
Sia come sia, il biglietto da visita dei “nuovi” sonici è 100%, lead single del disco e quanto di più radiofonico e “commerciale”, come si diceva allora, la band sia riuscita, o meglio, abbia voluto, produrre. È l’estate del 1992, il pezzo, breve e dissonante, parla della morte di un roadie, e Geffen, sapendo di non aver per le mani una nuova Smells Like Teen Spirit, ci spera comunque, almeno sul lato delle chart alternative che, se non verranno sbancate, apprezzeranno e non poco (4° posto il picco raggiunto da quelle parti). L’esibizione da Letterman di inizio settembre si piazza nel centro di questi discorsi perché strategica, se non fondamentale, sia per rilanciare l’ariete dell’album sia per rimettere sotto i riflettori la stessa band, che si prepara ad andare in tour la settimana seguente con prima data fissata al Wollman Auditorium di New York.
C’è bisogno di spingere un po’ le cose, anche perché il videoclip di 100%, girato da Tamra Davis e Spike Jonze, è stato nel frattempo bannato da MTV per via della maglietta indossata da Kim Gordon durante le riprese. Una maglietta contraffatta degli Stones con la scritta “Eat Me” era evidentemente troppo per il network che ritirava (temporaneamente) uno dei video più iconici di quell’anno.
Due anni più tardi, il 17 maggio, i quattro tornano da Letterman e non sono più gli stessi. Gordon è incinta, Cobain è venuto a mancare il mese precedente lasciando sgomenta l’intera scena e il lo-fi si è fatto largo come il filone più interessante sulla piazza (underground). Da promuovere c’è il successore di Dirty, Experimental Jet Set, Trash & No Star, un disco che con quelle sonorità pare dialogare. E alla produzione ancora una volta c’è Vig su un canzoniere però più dilatato, “istantaneo” per come lo intende la band, fatto di bozzetti anche introspettivi, con una quadra essenziale tra melodia e rumore che comunque si rivela vincente per un pubblico medio/grande che ancora non si era fatto sedurre, non completamente almeno. Solo The Eternal, nel 2009, farà meglio con la differenza che l’ultimo album dei sonici non può vantare un singolo come Bull in the Heather.
Anche il videoclip contribuisce all’epoca ad amplificare la mitologia della formazione, complice la presenza di Kathleen Hanna delle Bikini Kill, ma da Letterman ci sono solo loro quattro e neppure così iconici. Più composti nella posa e nell’abbigliamento, Moore e Ranaldo si presentano addirittura in camicia e sono serissimi, e l’occhio della telecamera è pertanto tutto per Gordon, che di suo ha un outfit che non può rimanere inosservato. Non in quel 17 maggio. Non all’Ed Sullivan Theater, all’angolo tra Broadway e la 53^ Strada. La maglia è la numero 3 dei New York Knicks. Il giorno dopo la squadra di Pat Riley aveva in ballo una partita cruciale contro i Chicago Bulls. In squadra con loro manca Michael Jordan, alle prese coi suoi sogni di baseball, ma la sfida è apertissima. Le due squadre sono 2-2 e questo grazie ad un improbabile eroe, John Starks, uno che a quel punto segnava 20 punti di media a serata senza manco esser stato scelto ai Draft NBA. Quello con la maglia numero 3 è il cestista preferito da Kim Gordon, che da Letterman ha bisogno di raccogliere tutti i suoi santini e le sue energie per trovare le energie necessarie per la performance. La gravidanza è in stato avanzato, la figlia Coco nascerà il 1 luglio. Negli occhi le si vede la fatica e la concentrazione. Non c’è spazio per altro.
E Bull in the Heather è una di quelle hit in controluce, che si presta bene ad immortalare il momento storico e psicologico attraversato dalla frontwoman. La band lo aveva descritto all’epoca come un inno alla «passività come forma di ribellione», e la sua forza consiste nel trattenere la carica anthemica infilandola nelle pieghe di un suono teso e magnetico. Quella sera il pezzo è anche un sudario di resilienza. L’altro lato di uno dei singoli più emblematici della carriera dei Sonic Youth, il brano musicale di una puntata rimasta fuori dal web per parecchio tempo per questioni di diritti poco chiare e proprio per questo considerata un culto assoluto.
I Sonic Youth torneranno un’altra volta da Letterman e lo faranno a supporto del sopracitato The Eternal, il loro album più fortunato in termini di vendite nonché l’ultimo capitolo discografico della loro carriera. La band si scioglierà tre anni più tardi, nel 2011, ma da queste parti più che ai segni del declino assistiamo a un fiero ritorno alle spendibilità degli esordi su major, a Dirty in particolare.
C’è un legame che unisce The Eternal e Dirty, ammetterà Moore all’epoca riferendosi alle quadrature delle composizioni, più formato canzone che free form. E di fatti Sacred Trickster è r’n’r alla maniera loro, una corda tesa tra post-punk e noise sul quale mettono le mani in cinque, dato che Mark Ibold, ex Pavement, ha nel frattempo sostituito Jim O’Rourke. È una degna chiusura del cerchio ma all’epoca suonò come una ripartenza. Alla fine degli anni 00s i Sonic Youth non stupiscono più, non sono neppure la band newyorchese più voluta su una piazza che ha visto nel frattempo la rinascita (e il declino) del post post punk. Sono una colonna però, una certezza data quasi per scontata. Per loro non si prospetterà un futuro à la Rolling Stones ma neppure un capolinea brusco e anticipato. Ecco perché ritornare a quest’ultima performance fa ancora più male: davamo per scontato qualcosa che di lì a poco non sarebbe più esistito.
