Recensioni

Il duo Have A Nice Life, formato nel 2000 da Dan Barrett e Tim Macuga, è forse quello che, negli ultimi anni, ha più credibilmente rappresentato il sentimento di alienazione espresso dal post-punk sul finire dei Settanta, l’industrial nei tardi Ottanta e il post rock degli anni Zero. La band del Connecticut esordisce nel 2008 con il corposo, oscuro ed enigmatico Deathconsciousness, diventando da subito un culto. Poi un EP, Time Of Land, una raccolta di B-sides in cassetta, fino ad arrivare a questo The Unnatural World, vero e proprio seguito sulla lunga distanza. Nel mezzo, una completa assenza di immagine, appena una manciata di apparizioni dal vivo e, tuttavia, un seguito di appassionati via via crescente, tanto da rendere i loro dischi introvabili.
Di fatto, almeno fino ad ora, Dan e Tim si sono totalmente negati al loro pubblico, non fosse per i pochi rigurgiti da studio che, nemmeno a dirlo, rispecchiano in pieno questa attitudine straniante e misteriosa. A differenza del precedente, che superava le due ore, The Unnatural World si presenta compatto, sicuramente più fruibile nella sua interezza. Assolutamente non un disco meno ambizioso, semmai più a fuoco ed essenziale, pur mantenendo intatti gli stili e i riferimenti che si mescolano perfettamente tra loro nella tavolozza degli HANL.
Sottili riverberi elettrici si alternano ad improvvise sfuriate post-punk, crescendo strumentali degni dei migliori Godspeed You! Black Emperor vengono accompagnati da sostenuti echi shoegaze e da una sezione ritmica che si lascia spesso andare a pulsazioni di stampo industrial. Il tessuto sonoro degli HANL è sostanzialmente costruito sull’alternarsi di tutti questi elementi, che si propongono ripetutamente in vari momenti del disco senza per forza prendere il sopravvento. Pezzi come Defenestration Song e Unholy Life sono innegabilmente il frutto di un retaggio post-punk che risale a gruppi come Suicide, Bauhaus e Joy Division, aggredendo l’ascoltatore furiosamente per poi rispedirlo in territori desolati fatti di droni e percussioni ossessive (Dan and Tim, Reunited By Fate), mentre nei momenti in cui le atmosfere diventano rarefatte, ipnotiche e oscure, vengono alla mente i passaggi più ambient di Slint e sopratutto GY!BE. La band sembra sentirsi a suo agio soprattutto nel far trasparire la grande influenza dell’industrial, praticamente in tutte le sue denominazioni, dai tocchi elettronici di marca Throbbing Gristle (molto meno evidenti che in passato, a dire il vero) ai più recenti sussulti dei Pop.1280, passando immancabilmente per l’ingombrante presenza degli Swans di Michael Gira.
Oltre agli elementi sonori più di impatto del disco, è sicuramente nell’aspetto dissonante di tracce come Music Will Untune The Sky e la conclusiva Emptiness Will Eat The Witch, in cui sembra risiedere l’espressività assolutamente introversa del gruppo. È proprio nell’ultima lunga traccia, in cui l’organo dai toni funebri, accompagnato da quelli che sembrerebbero sospiri lontani e da un testo immensamente deprimente seppur a volte impercettibile, che gli HANL lasciano un’impronta importante dal punto di vista emotivo. “It isn’t real but it feels real”, da Burial Society, riassume alla perfezione lo spirito con cui la musica del gruppo è composta. Un disco alienante, molto spesso depresso e che tende ad eclissarsi, a darsela a gambe, ma che riesce come nessuno, al momento, a coniugare in modo così convincente determinate sonorità e riferimenti. Per quanto rumore possano fare sul web, The Unnatural World è una ulteriore conferma di quanto gli HANL siano ancora, fortunatamente, una realtà difficile da decifrare.
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