Recensioni

L’infatuazione della Kranky per Liz Harris non è cosa nuova e ha già portato, l’anno scorso, alla ristampa di A I A e alla pubblicazione dell’album dei Mirrorring. Ora arriva l’ultimo tassello di un mosaico che vede la signorina di Portland pubblicare per tutte o quasi le label più importanti dell’attuale scenario di etichette specializzate in drone-folk. The Man Who Died In His Boat contiene brani scartati dalle sessions di Dragging a Dead Deed Up A Hill, il best seller del progetto Grouper, pubblicato dapprima su Type nel 2008 e ora ristampato dalla label di Chicago. Giunti a questo punto della sua carriera, si potrebbe agevolmente tracciare un profilo dell’artista che, a dispetto degli snob della prima ora, quelli che di fronte all’ermetismo informale di Way Their Crept storsero il naso e liquidarono con sciatteria, ha marchiato a fuoco questi anni con una calibratura inedita e altamente personale di elementi già noti e ascoltati. Ovvero il massimo della maestria nel sapersi costruire un’identità trafficando con suoni e soluzioni che più abusate non si potrebbe.
In questo senso, The Man Who Died In His Boat può essere considerato come un comodo bignami per addentrarsi nell’universo diafano e nostalgico di Grouper, giacchè sufficientemente mosso e articolato nel mostrare le diverse sfaccettature di un sound che richiama molti se non tutti i suoi riferimenti. Ovviamente, trattandosi del periodo Dragging a Dead Deer, il folk lirico e arcano nello stile della hit Heavy Water è ampiamente rappresentato. Vital è altrettanto leggera, malinconica, orecchiabile. Lo stesso dicasi di Cloud In Places, della title track, di Towers e della più riuscita di tutte Cover the Long Way. Il folk sound di Grouper è sempre fragile, romantico, sfocato. Dà sempre l’impressione di ricordare questo e quello (Bunyan? Bailiff? Baier?) in realtà è la misura di se stessa e l’unico paragone possibile, con i dovuti distinguo anche proprio a livello di sound, mi sembra quello con la Anne Briggs di The Time Has Come.
Poi arriva il lato più stordito e lisergico del suo suono. I trascorsi da appassionata ascoltatrice shoegaze non li ha mai rinnegati, né tanto meno i punti di contato con la rural psichedelia dei Flying Saucer Attack. E’ fin troppo evidente che brani come Being Her Shadow, Difference (Voices) e quella piccola piece completamente fuori dal mondo che è STS furono scartati perché troppo in linea con il mood di Wide e Cover The Windows And The Walls, ovvero con un tasso di effettistica sulla voce oltre il livello di guardia e le chitarre trattate al delay, in un modo che non a caso ricorda il tardo Roy Montgomery di The Allegory Of Hearing. The Man Who Died In His Boat è un disco agevole, melodico, facilmente accessibile. Ha qualcosa di più del classico fascino dell’album di b-sides, pieno com’è di brani ad altezza di classifica che faranno il loro effetto e consolideranno lo status della musicista di Portland.
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