Recensioni

Nel 2004, il regista Michael Moore diresse Fahrenheit 9/11, il film sull’attentato alle Torri Gemelle e di rimando anche sull’allora presidente americano George W. Bush; poi, nel 2018, ha fatto un film con lo stesso titolo ma la data invertita, Fahrenheit 11/9, per parlare dell’attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump. Ecco, allora diciamo subito che i Green Day non hanno fatto lo stesso, nonostante tutti si aspettassero che questo Father Of All Motherfuckers («con chi ce l’avranno? Chissà…», molti si saranno detti, con la risposta che era già contenuta nella domanda) fosse il contraltare trumpiano di American Idiot, il loro capolavoro dato alle stampe in piena era Bush jr.
Se con il disco del 2004 il trio californiano si fece portavoce di una generazione, dipingendo il suo quadro a tinte fosche dell’America di allora, con questo tredicesimo lavoro in studio – che giunge a quattro anni dal precedente Revolution Radio – i Nostri sono stati molto meno sfrontati e pretenziosi, presentando un disco che ha il solo proposito di farsi ascoltare, senza ergersi a manifesto. Certo, di riferimenti al presente ce ne sono a iosa ma non siamo al cospetto di un’opera presuntuosa nella sua ambizione. Un’opera anche breve, a dirla tutta, la più breve della loro discografia in termini di durata: 26 minuti, che in fondo cosa volete che siano? Una pausa pranzo al lavoro o un taglio di capelli dal barbiere egiziano, se non c’è da fare la fila. Breve ma intensa, però, e scaturita dal semplice proposito di fare al meglio ciò in cui la band è da sempre maestra, ovvero shakerare a dovere il solito, rumoroso e melodico frullato punk pop a base di chitarre grezze e ritornelli anthemici di facile presa: un principio attivo declinato in dieci pasticche (leggi: tracce) che vanno giù anche a secco. Occhio però che – come diceva qualcuno – la semplicità è un punto d’arrivo più che di partenza.
Paradigmatica in questo senso è Oh Yeah, che si divide tra una strofa stranamente quasi più vicina a certe cose dei Garbage degli anni Novanta e un ritornello easy listening (ma nell’accezione nobile dell’espressione), con tanto di coro da stadio a incorniciare il tutto. Così come a momenti di pura catarsi live collettiva si presta l’iniziale handclapping della successiva Meet Me On The Roof. Ma qua e là Billie Joe Armstrong e soci allargano lo spettro a soluzioni garage e glam, rispolverando – qui sì – gli anni Zero, ma quelli del miglior rock americano mainstream targato Queens Of The Stone Age e Foo Fighters (la title-track), ma anche Strokes e White Stripes (il secondo singolo Fire, Ready, Aim), con puntate a quegli anni ’90 di cui sopra, in cui loro e gli Offspring (I Was A Teenage Teenager, Graffitia) si sfidavano a colpi di singoli, e addirittura ancora più a ritroso fino al rockabilly dai sapori 50s (Stab You In The Heart). Ma notevolissimi sono anche i momenti in cui Green Day fanno appieno… i Green Day (Sugar Youth), rispolverando – per così dire – gli echi lontani di una Basket Case.
Alla fine ne esce un ascolto più che godibile, ed è confortante che una band che non ha mai rifuggito il logorio dei riflettori riesca ancora, dopo trent’anni di carriera discografica, a tirare fuori un lavoro così fresco e coinvolgente.
Amazon
