Recensioni

Prendere le cose troppo sul serio, il più delle volte, può risultare nocivo, e così la chiave di tutto potrebbe rivelarsi quella di alleggerire il carico di aspettative e di vivere, in generale, con più rilassatezza. Vale per la vita di tutti i giorni, per il lavoro, per le relazioni, così come per la musica. Questo brevissimo preambolo per spiegare che chi scrive sostiene con convinzione che nel 2016 sia necessario approcciare un nuovo disco dei Green Day senza pretenziosità, ma con una sorta di fare bambinesco, tardo-adolescenziale se proprio volete. Perché altrimenti, a voler far troppo i seriosi, non avrebbe senso neppure star qui a disquisire a lungo su Revolution Radio, dodicesimo capitolo discografico del trio composto da Billie Joe Armstrong, Mike Dinrt e Tré Cool. Perché in fondo sappiamo benissimo che con gli “orrori” di ¡Uno!, ¡Dos!, ¡Tré! e del precedente 21st Century Breakdown, i Green Day si erano scavati la fossa con le proprie mani e che un ennesimo, e al quanto probabile, passo falso ne avrebbe decretato l’estrema unzione.
E invece, che lo crediate o meno, Revolution Radio non suona affatto male. Siamo lontani anni luce da un qualsivoglia Dookie, tuttavia è come se i tre avessero dato un colpo di reni a una parabola da anni in inesorabile declino. Saranno forse stati gli ultimi anni difficili per Armstrong, che sembra aver affrontato una volta per tutte i fantasmi dell’alcol e della tossicodipendenza, e per Dirnt, che si è trovato a dover combattere al fianco di sua moglie contro il cancro, fatto sta che la pausa di quattro anni sembra aver riequilibrato gli assetti interni alla punk-band di Berkeley e riposizionato le sue mire artistiche.
Revolution Radio, nato umile a dispetto delle trovate iper-pretenziose della precedente trilogia o dell’avventura “broadwayana”, completamente autoprodotto e per lungo tempo tenuto segreto alla Warner (etichetta discografica della band), può quindi essere definito, con estrema cautela, una sorta di ritorno alle origini e a quei tre-accordi-tre che ai tempi ispirarono una caterva di band e che per anni sono stati il marchio di fabbrica dei Green Day. L’aggressività di Bang Bang e il ritornello letale di Revolution Radio, primi singoli estratti, erano stati premonitori di un brusco cambio di rotta. Tutt’altro discorso per la scialba Still Breathing, che a molti aveva suggerito un «ecco, ci risiamo». Immergendosi nel disco, invece, sì rimane piacevolmente stupiti. C’è tanta politica nelle tematiche (dal dramma delle armi affrontato nella sopracitata Bang Bang, a quello della diseguaglianza razziale ed economica cantato in Troubled Time), che inevitabilmente fa tornare alla mente American Idiot. Ma anche tanti episodi autobiografici: la open-track Somewhere Now, con la quale Armstrong si domanda «How did life on the wild side get so dull?» e che dopo una lenta apertura semi-acustica si accende con riff jingle-pop, o i cinque minuti di Outlaws, che insieme alla miccia di Too Dumb To Die celebrano lo spirito ribelle che fu.
I Green Day riflettono su loro stessi e sullo schizofrenico mondo che li circonda, abbracciando le aspettative, le paure e i dubbi degli adolescenti di oggi, smarriti di fronte a un mondo alla deriva. E se parlare del ritorno di Armstrong & co. come qualcosa di rivoluzionario è troppo, possiamo tuttavia affermare che si tratti di un piacevole déjà vu (e attenzione, perché anche i più intransigenti, davanti a una morbidissima Ordinary World, potrebbero correre il rischio di ricredersi).
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