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7.3

Il quinto album solista in undici anni è per Glen Hansard una riflessione in otto canzoni a proposito del tempo che, scorrendo come una diapositiva attraverso le nostre esperienze, inevitabilmente ci trasforma spostando altrove il baricentro del nostro essere e sentire. E quindi, All That Was East Is West Of Me Now: come d’altronde l’artista stesso ha spiegato, dichiarando che prima o poi arriva “l’improvvisa consapevolezza che c’è più passato che futuro”.

Saranno stati gli effetti del lockdown e della pandemia, della nascita di un figlio o anche del semplice traguardo raggiunto dei 50 anni, fatto sta che questo nuovo album di Glen Hansard è un unicum nella sua discografia solista. Anche se, dopo l’ascolto, arriva puntuale la conferma che sempre di lui si tratta.

Perché se da una parte la certezza di capisaldi come James Taylor e Van Morrison conferisce una certa solidità e coerenza all’estetica compositiva del cantautore irlandese, dall’altra la presa di coscienza di una nuova maturità rende queste nuove canzoni spiazzanti per certi versi, sicuramente più pensose rispetto alla precedenti; dal punto di vista del sound, la presenza di Rob Bochnik alla chitarra e la produzione di David Odlum – ex membro dei suoi Frames – sono molto più di un semplice occhio strizzato al rock teso e viscerale della sua amata band.

L’opening track The Feast Of St. John è già un classico, in puro stile Frames e con il prezioso contributo al violino di Warren Ellis (ovvero il braccio destro di Nick Cake nei Bad Seeds): una lenta folk rock ballad dal gusto distorto e con un ritornello da far venire voglia di tirare fuori tutto quello che si ha dentro per urlarlo al mondo intero. Subito dopo è il momento della cavalcata sonica Down On Our Knees, che nei suoi sei minuti e mezzo finisce per flirtare con le asperità di certe derive noise, prima di tornare con There’s No Mountain al tipo di ballata a cui Glen Hansard ci aveva abituato sin dai primi dischi. E con Sure As The Rain (un unicum nell’unicum) si arriva a metà album con una ballata che spinge il nostro ad uscire dalla propria zona comfort, indossando gli abiti da crooner e cimentandosi anche con la lingua francese.

Insomma, una sorta di quiete dopo la tempesta con una serie di brani in apertura che mostra subito l’ampia paletta emotiva e sonora di questo disco. La seconda parte dell’album inizia con Between Us There’s Music, una morbida ballad rock che non avrebbe probabilmente sfigurato in The Cost, proseguendo con le raffinate e agrodolci aperture armoniche di Ghost che si candida ad essere una delle migliori carte del mazzo. La granitica solidità di Bearing Witness, confezionata in puro Glen style, ci riporta un po’ alle atmosfere del disco Didn’t He Ramble, così come la conclusiva Short Life ci inchioda con il suo testo all’essenza racchiusa nel titolo dell’album: “So we drive that mile, we pull the sense inside. We spend the first part running and the next part waving goodbye”.

Insomma, la vita è breve e il tempo è poco: quello che avevamo davanti ora è dietro e tutto quello che era a Est ora si trova a Ovest. Glen Hansard ha camminato tanto, e noi con lui in soli 42 minuti. O forse ha racchiuso in poco più di quaranta minuti l’intero significato del vivere in questo mondo.

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