Recensioni

Nuova svolta per la carriera dell'ex-Frames: archiviata la fortunata esperienza Swell Season (mentre la relazione con l'altra metà del duo era finita già prima dell'ultimo Strict Joy), e dopo aver vissuto un anno e mezzo a New York, Hansard giunge al debutto solista.
Se i testi, tra intimismo, riflessioni sulle difficoltà del vivere e su quelle dell'amore (nonché sulla vita nella Grande Mela), proseguono sulle linee consuete della poetica hansardiana aprendo alla speranza nominata in due titoli (High Hope e la The Song of Good Hope strategicamente collocata in chiusura), anche la musica presenta piccole innovazioni all'interno della continuità.
Quel modo di portare l'ispirazione della triade di muse dichiarate Dylan – Cohen – Van Morrison verso fremiti Cat Stevens e alt folk (l'ombrosa apertura di You Will Become o la sunnominata High Hope, vagamente Akron / Family) e la capacità di nascondere la presenza di un gruppo ricco dietro arrangiamenti rarefatti e minimali erano tratti che il nostro aveva già sviluppato nel passaggio dall'esuberanza strumentale dei Frames ai toni più sommessi del duo: il cambiamento si era verificato lì, e in questo esordio solista possiamo semmai registrare una misurata escursione nell'elettronica (Talking With The Wolves) che non si discosta dai toni dell'album, sommessi anche quando il folk si apre a melodie più ariose e solari (Maybe Not Tonight, o la grinta di Love Don't Leave Me Waiting) rispetto al generale tono confessionale.
La conferma principale, però, più che dello stile è quella del talento, che fornisce al disco di un cantautore la materia prima: ossia canzoni intense e ispirate.
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