Recensioni

6.4

Un album più interessante per le dinamiche discografiche che per altro. G è il dodicesimo disco di Giorgia, uscito nove mesi dopo la partecipazione a Sanremo 2025, dove con La cura per me ha convinto un po’ tutti, pur fermandosi al sesto posto diventando comunque la vera colonna sonora del Festival.

Per capire come si è arrivati fin qui, bisogna tornare un po’ indietro. La carriera della cantante romana è sempre stata segnata da continui saliscendi. I momenti davvero centrali restano due: Mangio troppa cioccolata (1997), che portò il soul nel pop italiano grazie anche alla produzione di Pino Daniele, e Ladra di vento (2004), che introdusse l’elettronica in chiave mainstream italica con tanto di sfumature erotiche (vedi Spirito Libero) proposte da artiste come Elodie quasi vent’anni dopo.

Poi qualche buona idea (Parlo con me, apertura del sottovalutato Stonata) e una lunga fase segnata dalla collaborazione (a due facce) con Michele Canova, iniziata con Dietro le apparenze (2011) e chiusa con il discusso cover album Pop Heart (2018). In mezzo, Senza paura (2014) e Oro Nero (2016), tutti capitoli perlopiù trainati da (almeno) un singolo di buona presa.

Da lì un silenzio lungo cinque anni, interrotto dal ritorno a Sanremo 2023. Convinta da Amadeus, Giorgia si presenta con Parole dette male, brano non scritto per l’occasione ma pescato da Blu, album prodotto da Big Fish e quasi ignorato dal pubblico. La canzone, debole, non reggeva il confronto con Due vite, Cenere o Tango del caso, certificando la (normale) difficoltà della nostra di destreggiarsi nel labirinto discografico attuale.

La svolta è arrivata con Slait, figura chiave (nonché icona Machete) e produttore molto ben abituato a far dialogare musica e algoritmi (il lavoro con Lazza ed Anna Pepe lo dimostrano). È lui a guidare la rinascita, portando l’artista su territori più contemporanei. Dal 2024 in poi infatti la traiettoria cambia: prima Niente di male, poi Diamanti – brano orchestrale e colonna sonora dell’omonimo film diventato cult – quindi La cura per me sanremese, scritta da Blanco e (anche per questo) amatissima anche dalla Gen Z. A seguire L’unica in estate e Golpe in autunno (firmata da Calcutta e Dardust). Un brano per ogni stagione, come impone oggi la regola non scritta del mercato. Il tutto accompagnato dalla sua visibilità costante, tra la conduzione di X Factor e i correlati spot per TIM, che hanno mantenuto alta l’esposizione mediatica.

G arriva come prova del nove e conferma quanto l’album, oggi, conti meno di un tempo, anzi non conti proprio più nulla. Suona bene, è costruito con mestiere, ma evita il fil rouge a favore delle logiche da playlist. Non a caso i singoli già editi funzionano, il resto è un filler che tiene ma non lascia il segno.

La differenza con il passato si nota soprattutto nella scrittura: Giorgia c’è poco, e si sente. L’aspetto autoriale – che un tempo dava un’impronta chiara ai suoi dischi – qui è quasi del tutto affidato a mani esterne (trenta in tutto tra autori e producer). Un segno dei tempi, sicuramente, ma anche il limite più evidente di un lavoro che punta più a restare in rotazione piuttosto che nella storia. Lo si capisce chiaramente in Tra le lune e le dune, altro pezzo elettropop cucito su misura da Faini (nuance folk incluse) ma anche nei passaggi più classici (Corpi celesti, Sabbie mobili) e intimi (Paradossale) che si limitano ad essere gradevoli nella loro criticità, sintetizzata soprattutto in testi non all’altezza dell’investitura.

Poi però in coda arriva come bonus track La cura per me condivisa con Blanco, e lì qualcosa si muove. È una rivisitazione che spiazza, perché tira fuori il lato più disperato e carnale del brano. Ci sono differenze testuali piccole ma significative, ma soprattutto un’urgenza emotiva che manca altrove. Un lampo di verità in un disco che pur suonando bene latita spesso e volentieri in autenticità.

A conti fatti, resta la sensazione di un grande sforzo per tornare ad incidere, ma anche di un compromesso gigantesco per riuscirci. Giorgia qui gioca (e probabilmente vince) la partita del pop 2025, ma con regole scritte da altri. E per un’artista che ci aveva abituati in qualche modo a dettarle, fa un po’ strano.

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