Recensioni

Degli effetti di Black Panther (Ryan Coogler, 2018) sulla cultura cine-televisiva occidentale si è parlato tanto e, probabilmente, si discuterà anche di quelli che arriveranno dopo il suo sequel, Black Panther: Wakanda Forever (R. Coogler, 2022). Inutile negarlo, Marvel e Disney stanno manovrando – e poi assecondando – aspettative e gusti del pubblico, talvolta con risultati artistici discutibili, ma comunque rappresentativi di un’idea produttiva molto forte (la Fase 4 dell’MCU è espressione di tale direzione, sempre con il veto del sommo Kevin Feige). Così, negli ultimi dieci anni circa, dalla vecchia fabbrica dei sogni siamo passati alla ben più pragmatica fabbrica delle idee e solo in pochi casi non si è perso completamente il piacere dell’immaginazione e dell’invenzione.
Ma l’immenso potere mediatico della casa di Topolino guida (indirettamente) anche le scelte del resto di Hollywood, o almeno quella parte che pensa di conquistare il grande pubblico solo a colpi di blockbusters dal tono epico e dalla rilevanza “politica”; il rischio è quello di agire in maniera cinica come Netflix che, nei suoi prodotti più commerciali e furbetti, nutre l’algoritmo e appiattisce qualitativamente l’offerta (per fortuna i dipartimenti più importanti della Disney non sono ancora arrivati a quel punto). Purtroppo The Woman King di Gina Prince-Bythewood, prodotto da Sony Pictures Entertainment, si colloca esattamente in questo contesto produttivo.

Africa Occidentale, 1823. Guidato dal giovane Re Ghenzo (John Boyega), il Regno di Dahomey (attuale Repubblica del Benin) è uno stato tributario dell’Impero Oyo, le cui truppe sono impiegate nella cattura di esseri umani per soddisfare gli accordi commerciali con il Portogallo. Anche il Dahomey contribuisce alla tratta degli schiavi, essendo la sua principale fonte di ricchezza, ma la generale Nanisca (Viola Davis), condottiera delle leggendarie guerriere Agojie (rinominate dagli occidentali “amazzoni”), propone a Re Ghenzo un radicale ed etico cambio di rotta; per compierlo sarà fondamentale liberarsi dalla stretta militare degli Oyo e dei portoghesi. Le Agojie iniziano quindi un duro allenamento in vista della guerra e nel mentre decidono di addestrare delle nuove reclute, tra le quali si trova anche la giovane e ribelle Nawi (Thuso Mbedu).
È noto che le potenti Dora Milaje, la milizia del regno di Wakanda (dall’universo di Black Panther), sono ispirate alle vere e temibili Agojie, da sempre fascinoso soggetto di racconti, leggende, illustrazioni e reinterpretazioni (ma non al cinema). Vedendo al grandioso successo del film Marvel, era solo questione di tempo prima che Hollywood cogliesse l’occasione per andare alle radici del mito e mostrarne i retroscena. Ecco allora The Woman King, il cui soggetto è stato proposto all’immensa Viola Davis (come protagonista e produttrice) dall’attrice/produttrice Maria Bello, che ha interpellato poi la produttrice Cathy Schulman, la sceneggiatrice Dana Stevens e la regista Prince-Bythewood. Quest’ultima è reduce dallo scialbo The Old Guard di Netflix (2021), un cinecomics dai tratti highlanderiani che gode di un cast stellare (sprecatissimo), mentre del suo passato remoto si potrebbe ricordare anche La vita segreta delle api (2008), un innocuo dramma ambientato durante il periodo della segregazione razziale (gli anni Sessanta) e giocato tutto sull’interpretazione partecipata delle attrici/cantanti nere protagoniste.

L’epopea ottocentesca del Regno di Dahomey sembra il risultato dei sopracitati film, prodotti tipici di un’industria che molto spesso cestina qualsiasi forma di realismo storico a favore del divismo e dell’intrattenimento action e/o sentimentale. Di sicuro ciò che emerge del progetto è la presenza di sole donne (molte non bianche) ai piani alti della sua realizzazione, un deciso e importante passo avanti per quanto riguarda la rappresentazione e le pari opportunità (era quasi d’obbligo dato il tema). Ma le “novità” finiscono qui.
Per esempio, The Woman King non è diverso dai peplum del cinema classico, quelli che non avevano nessun timore nel rileggere in chiave statunitense (o inventarsi di sana pianta) situazioni e relazioni dell’antichità; un atteggiamento “predatorio” che si è protratto nel tempo, come dimostra anche il cult Il Gladiatore di Ridley Scott (2001). Perciò non stupiscono affatto l’inglese storpiato (per dare un senso esotico alla recitazione), l’appellativo «europei» per definire i colonialisti bianchi, l’atteggiamento contemporaneo (i movimenti dell’attrice britannica Lashana Lynch, una delle Agojie più importanti) o la messa in silenzio dei lati oscuri del Dahomey (il tema della schiavitù è risolto in una frase).
Il film di Prince-Bythewood non gode di grandi soluzioni nemmeno sul piano estetico, con una fotografia priva di qualsiasi interesse e trucco/costumi che appaiono anche fin troppo perfetti per il contesto storico e geografico in cui si trovano (molto meglio allora il design delle Dora Milaje). Inoltre, forse il difetto peggiore, nemmeno l’intreccio appassiona come dovrebbe o vorrebbe, sviluppato intorno alle solite dinamiche e ai soliti plot twist (amori proibiti, segreti dal passato, vendette corrosive, conquista della fiducia reale). Sicuramente quello più fastidioso riguarda proprio la Nanisca di Viola Davis, una protagonista che sulla carta aveva l’aspirazione per oltrepassare qualsiasi stereotipo (guerriera, muscolare, letale, autonoma, la woman king) ma che a conti fatti si risolve e si definisce in una stantia maternità nascosta, ritrovata e telefonata dall’inizio del film; dal momento che il personaggio è stato creato ad hoc per il film, perché non osare di più?

Certo è che le sequenze di combattimento denotano una gigantesca passione da parte di tutto il gruppo di attrici coinvolte e la regia di Prince-Bythewood, almeno in questo senso, riesce ad esaltare ogni loro sforzo muscolare o movimento coreografico. Impressionante è la resa fisica di Davis, che ha messo il suo corpo al totale servizio della storia, così come quella della sopracitata Lynch o di Sheila Atim (nei panni della “seconda” di Nanisca). Ed è anche notevole l’intesa che scorre tra ogni donna Agojie, una chimica che esplode nelle sequenze dedicate all’addestramento o in quelle di ballo. Di contrasto invece bisogna sottolineare la pessima recitazione dei comprimari maschili, guidati da un Boyega desideroso di apparire “illuminato” e che vira spesso in un overacting ridicolo e fuori contesto (quanta retorica spicciola nei suoi monologhi…).
Non basta l’impegno e la devozione di un cast (quasi) tutto al femminile per salvare un prodotto che vorrebbe essere qualcosa che non è, ovvero una novità artistica/produttiva per il cinema mainstream e un inedito sogno per tutte quelle persone che desiderano vedere (e che meritano) storie come queste proiettate sul grande schermo. Con questi risultati, rispetto alla “Storia rimasticata” di The Woman King, appare molto più sincera, epica e rivoluzionaria (o semplicemente divertente) la reinterpretazione in chiave fantasy di Black Panther: Wakanda Forever. Che piaccia o meno, nel campo dell’intrattenimento popolare, è in casa Marvel/Disney che si costruisce qualcosa di nuovo partendo comunque dai soliti e consolidati schemi, è lì che la fabbrica delle idee riesce ancora a proseguire di pari passo col sogno.
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