Recensioni

7

Due estremi, due picchi in una discografia che, per quanto ampia e varia, non rende la capacità onnivora di Gianluca Becuzzi nel muoversi, ricercare, assimilare esperienze, ambiti, situazioni anche estremamente distanti le une dalle altre. Così appare naturale recuperare questi due ultimi lavori del sound-artist? Musicista elettronico? Sperimentatore sonoro? O più semplicemente ricercatore toscano, perché dalla loro interazione è possibile comprendere, ancor di più se possibile, quella voglia, quel furore sacro che anima il nostro da ormai più di qualche decennio e lo porta a rimettersi in gioco, a confrontarsi e affrontare lande sonore anche piuttosto distanti. Così The Bunker Years – sì, profetico nel titolo essendo uscito molto prima della quarantena ma fortunatamente non nel sottotitolo – ci mostra un lato “nascosto” di Becuzzi, in quanto raccoglie pezzi sparsi per varie compilation, ma in versioni differenti, e un paio di unreleased in apertura e chiusura. Pezzi diversi, com’è normale in questo tipo di operazioni, ma stesso humus e stessa atmosfera: livida, notturna, claustrofobica si tratti di droni estatici (Requiem For J.Baudrillard [And The Post Modern Age]), clangori post-industriali (le tre parti di Obsolescence) o di noise minimale e sottocutaneo (Time Space Seq). “Elettronica” isolazionista al suo meglio per un lavoro che è auto-reclusivo (interessante la riflessione filosofico-esistenziale sul bunker, “the place to sublimate the incurable disagreement in divergent vision, generativity and art”, che accompagna il lavoro) senza essere mai autoreferenziale.

Molto diverso e apprezzabile proprio per questa sua particolarità da “mosca bianca” nella discografia di Becuzzi, Voices che sin dal titolo mette al centro lo “strumento” forse meno usato da Becuzzi. Nato come live performance e poi ripensato per un lavoro in studio (a cui Becuzzi ha affiancato una versione remix in modalità voce+percussioni), Voices è come da titolo una sorta di rituale per sola voce (e loop station) che ha poco del virtuosismo fine a se stesso tipico di operazioni simili e tantissimo invece del rituale sciamanico e trascendente che dalla notte dei tempi ha percorso trasversalmente le varie culture umane interessate al dialogo con l’aldilà, alla comunicazione con spiriti e demoni, alla trascendenza. Echi, loop, riverberi, stratificazioni di suoni più o meno gutturali creano stranianti architetture dronico-chiesastico-apocalittiche per solo fiato che si fa respiro intra-mondo, trasfigurazione della realtà del quotidiano (il respiro, l’alito generatore, la voce come tratto distintivo umano) in paesaggio altro, ipnotico passaggio spazio-temporale per i più reconditi anfratti del proprio io. Insolito, in poche parole, ma sicuramente stimolante e affascinante soprattutto per ciò che si diceva sopra, ovvero la sfida continua dell’artista indomito e curioso.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette