Recensioni
Kinetix
Gianluca Becuzzi
Urban Nightscapes
Faraway From Light
-
Stefano Pifferi
- 20 Dicembre 2016


Strutturato secondo quello che oramai sembra essere un trademark becuzziano, ovvero quella struttura speculare che caratterizzava già un paio di lavori recenti – gli ottimi Deceptionland, uscito per Swiss Dark Nights la scorsa estate, e We Can Be Everywhere, disco molto collaborativo (Deison, Svart1 e Retina.it erano della partita) rilasciato da Final Muzik – questo Faraway From Light vede (ehm) la luce per Luce Sia, etichetta che si sta muovendo con costrutto sulle lande meno ortodosse dell’industrial sound, seppure si tratti, in realtà, di una coproduzione con l’altra label svizzera Show Me Your Wounds. Faraway From Light mantiene fede al titolo scelto, dato che si mostra come un lungo gorgo nero pece da più di mezzora (The Addiction) incastonato in due relativamente brevi intro e outro – rispettivamente Evil Throughout History (a) e Evil Throughout History (b) – che ne offrono non soltanto una mera cornice, quanto una sorta di, rispettivamente, compressione e decompressione su stilemi che diremmo al guado tra droning nero-pece e materico post-industrial. La parte del leone la fa, ovviamente, la centrale The Addiction, monolite che rimanda all’omonima pellicola di Abel Ferrara di cui Becuzzi fornì, tempo addietro, una sonorizzazione live durante un festival cagliaritano. Una lunghissima e multiforme suite in crescendo che si fa sinfonia in nero, tra echi e riverberi, rimbombi e rielaborazioni di field recordings, trascinati via via che la marea monta in un buco nero (la fase centrale) creepy&haunted tutto screpolature di suoni, vuoti catacombali e silenzi minacciosi, che risucchia (dapprima) e ingloba (poi) l’ascoltatore per portarlo verso l’esplosione catartica dell’ultimo terzo di suite, il cui slancio fragoroso di matrice quasi harsh investe in forme ipnotiche e non lascia quasi speranza. (7.2/10)
Riesuma pure la sigla Kinetix, il buon Becuzzi, a distanza di più di un lustro dall’ultima prova conosciuta, ovvero quel Final Archives che riproponeva tracce rare completamente rivisitate e che ci lasciava con un briciolo di speranza sul prosieguo. Urban Nightscapes giunge ora a risollevarci e a premiare l’attesa, se è vero che sembra quasi un ponte gettato su un passato sia individuale (l’interregno “comune” tra le ultime prove a nome Limbo e le prime come Kinetix) che collettivo, ovvero quel periodo dei ’90 in cui esperimenti gettati come semi nel mare magnum delle elettroniche in divenire (di ricerca e non) hanno poi, piano piano, fruttato, dando vita a fenomeni tra i più diversi (dubstep et similia su tutti). È infatti evidente, nell’innesto corposo delle ritmiche (gelide, algide, spezzate, robotiche, alienanti), il recupero di una sensibilità che fu trasversalmente tipica dell’isolazionismo, della ill-bient, delle forme meno astratte di IDM e di tutte quelle altre sigle che vennero (e vengono) appioppate a musiche ondivaghe, trasversali, difficilmente identificabili ma accomunate da una sorta di visione sull’attualità socio-politico-ambientale. Ossessività urbana, caligine sonora notturna, astrattismo onirico, soundscapes dalla grana sonora spessa come catrame, breakbeat del dopobomba, isolazionismo materico e cavernosità dub sono le coordinate sonore e “ideologiche” dietro a questo ottimo ritorno in campo. Specie in un momento in cui le nuove elettroniche rielaborano in forme personali e infra-generi, appigli, indizi, tentativi neanche troppo vecchi (anagraficamente), sentire dire la loro da alcuni “padrini” (pensiamo anche a Simon Balestrazzi, qui al mastering) non può che far piacere, anche se potrebbe essere visto come sintomatico che il titolo conclusivo dell’album sia All Bridges Are Burned. (7.2/10)
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