Recensioni

Se state cercando un disco che vi tenga al sicuro dall’ansia diffusa di questo periodo, I Grow Tired But Dare Not Fall Asleep non fa al caso vostro. Nell’ovatta delle giornate passate in casa, rinchiusi nelle bolle di sapone di programmi spazzatura e meme dei social network, basta poco, si potrebbe azzardare, per far sentire qualcuno scomodo, fuori dalla propria comfort zone. Non che Obaro Ejimiwe, in arte Ghospoet, faccia chissà quali stravolgenti dichiarazioni o innovazioni musicali: dice la sua, la dice riguardo ai tempi che corrono e la dice bene.
Dopo una doppia nomination al Mercury Prize per Dark Days + Canapés, disco apprezzato da fan e critica, sembrava difficile ripetere l’exploit. Ma il 37enne musicista londinese ci riesce e tira fuori un lavoro compatto quasi da suonare come un concept album. Indiscusse protagoniste sono nevrotiche linee di chitarra in pieno stile post punk, ma I Grow Tired But Dare Not Fall Asleep è anche molto altro e spazia dal trip hop a là Tricky all’elettronica secca e convulsa in stile Radiohead. Non c’è una cesura netta con il passato, nonostante il cambio alla guida della produzione: se il precedente lavoro era stato prodotto da Leo Abrahams (Brian Eno e David Holmes), in questo caso è lo stesso Ghostpoet al comando. Sventatezza o presa di coscienza dei propri mezzi, non è dato saperlo, ma il risultato è un disco che porta alle estreme conseguenze le sonorità che avevamo ascoltato in brani come Freakshow di Dark Days + Canapés, allontanandosi invece dallo stile di Shedding Skin del 2015.
In I Grow Tired But Dare Not Fall Asleep le nevrosi della nostra epoca – ipertrofia della comunicazione da social network, narcisismo e individualismo, ma anche il trauma Brexit – si mescolano in tutta la loro nera densità per emergere negli intrecci di strumenti: le chitarre echeggiano inquietanti, mentre un synth arpeggia un riff morbido e rassicurante, contrastato da scarni e striduli archi, il tutto cucito dal mai banale half-spoken di Ejimiwe. Il disco parte con Breaking Cover e il suo riff distorto e ipnotico sul quale Ejimiwe innesta un mantra d’angoscia: «I need a break / I need a break / You need a break / We need a break / They need a break / It’s all on top / It’s too much noise / I can’t turn it off / Panic attacks / I need a break». Questo è il preludio a Concrete Pony, pezzo dal retrogusto blues e cuore pulsante dell’album, dal quale ci si stacca per navigare lenti fino a metà disco, a Nowhere To Hide, singolo che ha anticipato l’uscita dell’album. Questo è sicuramente il pezzo più radiofonico del lavoro di Ghostpoet, nonostante un pre-chorus tutt’altro che rassicurante: «Girl, let’s waste the time, bombs are goin’ on / Bodies in the streets, panic in the pipes / Screaming fills the air, it’s going down tonight / It’s going down tonight».
In conclusione, le atmosfere dai tratti chiaro-scuri e i rumori ancestrali di I Grow Tired But Dare Not Fall Asleep hanno il merito di scavare nel nostro subconscio e di cercare di tagliare il velo d’ipocrisia che ci impedisce di stare a tu per tu con le nostre angosce. Non è poco, al giorno d’oggi.
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