Recensioni

Torniamo a parlare di Obaro Ejimiwe, elegante artista inglese con il pallino dal rap e la voglia di distaccarsi dai limiti che esso comporta. Se questa velleità era embrionale nel primo lavoro di lunga durata (preceduto da un EP che era decisamente più canonico nei confronti dell’hip hop), nel secondo LP, con il moniker Ghostpoet, viene esplicitata ufficialmente.
Ben distante dall’essere un innovatore (un Buck 65, per fare un esempio, aveva già cavalcato ritmi simili con simili obiettivi e risultati migliori, seppure in una direzione diversa), Ghostpoet si dimostra ancora piuttosto saggio (o forse furbo) nell’unire seriosità ed eleganza del personaggio (chi lo ha visto dal vivo sa di cosa sto parlando) a ritmi meditatamente distorti ma non troppo, generando una ricetta che si presenta sicuramente sofisticata, ma anche fumosa tanto in termini di atmosfera soporifera (Dial Tones) quanto di inconsistenza del tutto. Le cose cambiano di poco quando si abbandona il mood più plumbeo e si toccano punte d’improvvisa solarità acustica, come nel caso di Plastic Bag Brain (che annovera ospiti illustri come Tony Allen alla batteria e Dave Okumu alla chitarra), dove, a seguito di un momentaneo entusiasmo per gli sprazzi di eroismo dimostrati nella scelta di un’atmosfera insolita per i suoi standard, ci si annoia ben presto nel sentire cadenze parecchio uniformi.
Il disco, evitando di incappare nella trappola del track by track, viaggia sempre su tentativi di sofisticare il più possibile in fase di produzione canzoni piuttosto ripetitive, alternando grigi paesaggi londinesi ad aperture verso atmosfere meno urbane, come nel caso in cui intervengono gli strumenti a dare una diversa anima ai brani, senza tuttavia mai convincere del tutto.
Siamo in presenza di un disco senza lati positivi? Ovviamente no, ogni singola canzone può affascinare l’ascoltatore (anche se Meltdown riesce a essere parecchio anonima), la produzione è decisamente buona e la musica fa il suo dovere. Il punto debole è probabilmente quel parlare lamentoso che, se all’inizio stupisce per il suo essere né rap né cantato, sulla distanza finisce per essere un po’ stancante. Pur avendo abbandonato ogni pretesa di aderenza all’hip hop, l’album non riesce a centrare il bersaglio di chi cerca emozioni immediate né quello di chi vuole un disco con costruzioni complesse su cui interrogarsi per ore dopo l’ascolto, rientrando nel calderone delle opere fin troppo narcisiste.
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