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7.3

Sulla copertina di It Goes On c’è un cavallo, e non è un Mustang, bensì un Gypsy Vanner, la razza pezzata selezionata dalle comunità romanì britanniche nel corso dei secoli e storicamente utilizzata per trainare i vardo, le case su ruote. Carro coperto, famiglia dentro, spostamento continuo in lunghe carovane attraverso il paese: è la stessa materia da cui l’America ha ricavato un mito nazionale, quello della progressiva conquista della frontiera del West, ma che da questa parte dell’oceano non è mai diventata epica ed è rimasta una pratica per lo più guardata male quando non perseguita per legge. Sullo sfondo, a stagliarsi immobili, i grigi council flats, i grandi complessi di edilizia popolare di Leeds, non lontano da dove il disco è stato registrato.

Vale la pena guardarla bene, quell’immagine, perché racchiude in sé l’operazione concettuale che il quartetto mancuniano dei Westside Cowboy ha cercato di compiere attraverso questo promettente esordio: opporre all’impasse delle macerie del tardo capitalismo in cui ci troviamo incastrati il recupero di un’idea di futuro possibile fondato non sull’individualismo, ma sull’interdipendenza. Lo strumento è il linguaggio del country, che al di là dell’oceano ha mitizzato un’epoca e con essa un modo di vivere comunitario, lo stesso che in Gran Bretagna come in Europa continentale è stato praticato da comunità nomadi storicamente oppresse, e che qui abbiamo attivamente osteggiato o semplicemente dimenticato di avere a disposizione. La band ha battezzato questo approccio “Britainicana”, etichetta coniata dal batterista Paddy Murphy non solo per chiarire subito di non essere l’ennesima band post-punk di Manchester, ma anche per esplicitare il tentativo di andare oltre il citazionismo e far proprio l’alt-country come strumento per abitare il proprio presente geografico e temporale.

Che questa sia una postura e non una posa lo dimostra il modo in cui la band è arrivata fin qui. Reuben Haycocks e Jimmy Bradbury (chitarre), Aoife Anson O’Connell (basso) e Paddy Murphy (batteria), tutti e quattro anche alla voce, si conoscono al Royal Northern College of Music (Manchester) e arrivano al progetto attuale nel 2023 iniziando a suonare cover skiffle nella camera da letto del batterista; quasi in contemporanea fondano No Band Is An Island, collettivo che organizza raccolte fondi e mette un palco condiviso a disposizione di artisti emergenti e attivisti. L’interdipendenza evocata in copertina, insomma, è stata prima prassi organizzativa estesa dal proprio microcosmo alla scena intera, e solo dopo materia di canzoni. L’hype è cresciuto di conseguenza, spinto dal basso: passaparola, concerti di beneficenza, la vittoria all’Emerging Talent di Glastonbury nel 2025, due EP, i tour di supporto a giganti dell’indie contemporaneo come Black Country, New Road e Geese, fino alla copertina di NME. Nessuna operazione a tavolino da “industry plant”, dunque, sebbene il loro It Goes On sia uscito sotto l’egida di una major come Island Records (Universal). Registrato ai Greenmount Studios di Leeds e prodotto da Loren Humphrey, già al lavoro con nomi come Arctic Monkeys e gli stessi Geese, il disco è il culmine di una gavetta fulminea, ma già sufficiente a consegnare un esordio perfettamente a fuoco.

Parliamo di un riuscito impasto di alt rock e country filtrati attraverso la propensione alle esplosioni sonore, agli sbalzi dinamici e alle strutture oblique del Windmill sound britannico, che li contestualizza e li piega alla peculiare sensibilità del quartetto. L’intro Kick Stones (The Boys) è già un manifesto neo-velettiano, un moto circolare dalle frizioni ritmiche continue, quasi una citazione dell’attacco di What Goes On nella versione eseguita al Matrix nel 1969, per poi innestarvi uno dei fondamenti del sound dei Pixies. Dove Sterling Morrison e Lou Reed lasciavano il brano consumarsi nella ripetizione, i Westside Cowboy lo caricano fino alla detonazione, con il baritono à la Isaac Wood di Haycocks a intrecciarsi con il mezzosoprano di O’Connell verso il dirompente finale.

Sullo stesso ceppo crescono Paper Chains e Worried Age, che virano sul jangle-country con un’evidente eco dei Feelies di The Good Earth (1986), salvo spingere i crescendo verso un’asprezza post-punk e finanche noise-rock che richiama i primi lavori degli shame. Su questo versante si colloca anche Pin Up Boys, che attraversa con maggiore disinvoltura l’intimismo e l’energia pop, fino a esplodere nel controcanto urlato di O’Connell, in uno dei momenti più liberatori del disco.

Sono i testi a chiarire e giustificare la ratio della ripetizione di questa formula stilistica: “We are a worried age / Where your panic feels more real than a thought” canta Haycocks in Worried Age. Il panico non è una semplice astrazione psicologica, ma un’infrastruttura del reale, un’entità autonoma che “eats, and sleeps, and walks”. La sua fonte, come esplicitato in Well Done Kid, You Did It, è l’immobilità alienante della tarda modernità: “The seasons turn, but they won’t change / And they sure won’t take you with it”. Si è terrorizzati dal futuro perché si fa fatica a immaginarlo, soprattutto uno che comprenda anche noi. Il congegno sonoro diventa allora la mimesi di un attacco di panico in una stanza chiusa: la chitarra urla, ma le pareti della gabbia restano intatte.

È in Coyote che la coincidenza tra forma e diagnosi si fa più letterale, ed è per questo il vertice del disco. Il brano, purtroppo l’unico a essere affidato alla voce di O’Connell, sale gradualmente da una chitarra acustica fino a un assolo distorto che assale l’ascoltatore come, nel testo, la natura assale l’imprenditore che vorrebbe metterla a profitto. E proprio l’accento delle West Midlands che affiora sotto le movenze americane della cantante riassume la poetica dell’album: la sua voce porta in superficie, nel momento più americano e concettualmente denso del disco, il luogo da cui la band proviene e attraverso le cui coordinate sonore e geografiche è stato filtrato il materiale da cui si è presa ispirazione.

Quando tuttavia il congegno gira a vuoto, o viene spento del tutto, l’opera ne soffre. Patchwork scade nell’esercizio di stile, con una parentela così evidente con Black Country, New Road da esaurire il pezzo prima ancora che finisca. Dobro pecca al contrario per eccesso di diligenza: omaggia nell’intro Get It On dei T. Rex e chiude il cerchio sulla stessa frase musicale, ma il citazionismo si fa scolastico e il riferimento americano resta riferimento senza mai diventare strumento, tanto che lo scontro tra alt-country e impianto britannico, altrove frontale, qui non si produce. Take My Leaving As I Love You imbocca infine la strada opposta – chitarra acustica, una tastiera quasi impercettibile, l’unica ballata folk tradizionale del disco e l’unico brano che non esplode mai – mostrando quanto la band sia ancora dipendente da quel meccanismo: il registro grave e sommesso non produce intensità, soltanto attesa.

Il limite è dunque duplice: struttura circolare, accumulo e deflagrazione finale sono la firma dei Westside Cowboy, ma ricorrono abbastanza da diventare prevedibili; quando invece vengono meno, resta ancora poco sotto la superficie. È il vizio di chi ha trovato una formula che funziona e se ne è innamorato troppo.

Al netto delle imperfezioni che ci si può attendere dall’esordio di una band giovanissima, è tuttavia proprio nel tentativo di rispondere alla crisi del presente che It Goes On si impone come uno dei debutti più interessanti dell’anno. Tornando all’immagine di copertina, la via d’uscita dall’alienazione in cui ci muoviamo tra i relitti del tardo capitalismo i Westside Cowboy l’hanno cercata nell’immaginario rurale e comunitario delle carovane romanì. La risposta è concreta prima ancora che teorica: la coralità. L’assenza di un frontman e la spartizione delle voci trasformano la band in una piccola comunità musicale, e il finale di You Could Have Died There On The Dancefloor lo mette in scena con un crescendo che non intensifica soltanto la strumentazione, ma somma le voci una dopo l’altra, fino al loop conclusivo in cui si accavallano tutte.

Qui siamo ben oltre la nostalgia da cameretta: c’è il tentativo di recuperare un’idea di futuro fondata sul sostegno reciproco. È questo gesto, politico prima ancora che estetico, a rendere It Goes On qualcosa di più di un promettente esordio e a indicare una possibile direzione non solo per i Westside Cowboy, ma per la musica britannica tutta. A patto di ricordare una cosa: nessuno si salva da solo.

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