Recensioni

Ha dichiarato di avere avuto come punti di riferimento, per questo disco, i Massive Attack, Tricky, James Blake e i Mount Kimbie. Il terzo album di Ghostpoet lascia le infatuazioni sperimentali dell’esordio (nominato nel 2011 al Mercury Prize, poi vinto da PJ Harvey) e l’elettronica “di moda” del secondo, per puntare su un suono più rock e blues.
Gli echi ereditati da Tricky si sentono tutti nel modo di cantare un po’ da slacker, ma meno oscuro, e nei duetti con le voci femminili di Nadine Shah e Lucy Rose. Le altre influenze sono tutte presenti ma, oltre a quelle citate, verrebbero da aggiungere all’elenco il rock millennial (la voce di Paul Smith dei Maxïmo Park in Be Right Back, Moving House) e le slide guitar che fanno molto “desert” con qualche taglio di elettronica (Sorry My Love, It’s You Not Me). Per finire, qualche nota di hammond che riporta il discorso sul versante Portishead (That Ring Down The Drain Kind Of Feeling).
Citazioni a parte, la vocalità di Ghostpoet potrebbe non piacere. Il suo modo di cantare è un misto fra spoken word e blues stanco, un mangiarsi le parole che vuole dissimulare una patina di intellettualismo/hipster potenzialmente noioso. Ma dopo qualche ascolto è proprio questo il plus che la voce del poco più che trentenne manifesta: un filtro che si adatta agli ospiti del disco e che non disturba, sia esso accompagnato da pochi o da molti effetti. L’importante è variare, e infatti appena si ascoltano due pezzi in fila senza featurers, il castello di carte sembra cadere: il nascondersi dietro il dito dell’arrangiamento, alla lunga, può essere difficile da sostenere. Il non essere rap, non essere cantautore, non essere rock e nemmeno nu-soul, è un vantaggio, se si sa maneggiare la difficile arte del trasformismo.
Questo terzo album è un tentativo abbastanza riuscito, per Obaro Ejimiwe, come si sente anche nella conclusiva ballad Nothing In The Way, che prelude forse a una direzione più da crooner con qualche inserto di elettronica mai banale.
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