Recensioni

A solo un anno dal buon Scritto nelle Stelle torna Ghemon con un nuovo disco. Quindi tanto di cappello per una produttività che non si è fatta limitare dalle contingenze extramusicali: a questo punto parliamo di addirittura due dischi con una promozione azzoppata dalla serranda tirata sugli eventi live a causa della pandemia. Con coraggio Gianluca sceglie di fregarsene ed esce comunque con un altro lavoro che alza anche il tiro a livello di qualità. Perché E Vissero Feriti e Contenti è un disco di Ghemon esattamente come te lo aspetteresti: se un’evoluzione – a livello di testi e di arrangiamenti – c’è ed è ben percepibile, la continuità è evidente. Fratture non ce ne sono, saltoni in avanti neppure. Parliamo di un passo alla volta, senza mai sbilanciarsi, e in questo caso l’equilibrio è la cosa migliore.
I panni indossati sono sempre quelli di un Neffa libero di esserlo, che sguazza con eleganza nel suo soul bianco. Una delle differenze rispetto al passato è la palette stilistica delle produzioni, che stavolta pare un pochino più eclettica e curiosa. Se il funky a base di chitarrine e fiati di Non Posso Salvarti è una piacevole certezza, arrivano anche bei pezzi reggae come Difficile e persino qualche riuscita infiltrazione vagamente afro-beat in Tigre. Poi ci sono soluzioni che fanno un po’ Sanremo, come quando la traccia è arieggiata con degli archi belli aperti (il bridge di Piccoli Brividi, Tanto per non Cambiare, la coda di Nel Mio Elemento), ma sempre con molto gusto. L’hip hop di qualche anno fa rimane poi sempre e comunque sullo sfondo, in basi vagamente West Coast (Puoi Fidarti di Me) e ballate a base di ritmica boom-bap super classica e morbida chitarra elettrica (Trompe L’oeil), oltre a soluzioni ampiamente collaudate come il piano e clapping di Tanto per non Cambiare.
Contaminazioni rinnovate e allargate quindi, ma anche e soprattutto buone canzoni: la sensazione questa volta è che Ghemon abbia in faretra pure più melodie rispetto al solito, tipo che al secondo ascolto già si canticchiano tutti i pezzi. Cos’altro si può chiedere a un buon disco pop?
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