Idee e Orchidee: conversazione con un nuovo Ghemon
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Sebastian Procaccini
- 15 Luglio 2014
Ghemon è una figura molto importante del rap in lingua italiana, sia per un caratteristico approccio conscious, che per una mai celata voglia di offrire un approccio elegante e diverso da buona parte dei colleghi. Tra critiche e apprezzamenti, e collaborazioni anche di stampo mainstream (si veda l’ultima con Sirya), la carriera di Ghemon è ormai giunta a una tappa cruciale e questo ultimo disco sembra esporlo ulteriormente. Attratti dal suo percorso e anche dall’illustre schiera di nomi che hanno collaborato alla realizzazione di Orchidee, ci siamo soffermati con lui a parlare di moltissime cose, dalla gestazione del disco alle classificazioni fin troppo facili a cui viene sottoposta la sua musica.
Prima di fare questa chiacchierata ho dato una spulciata a Facebook e ad altri social network, e ovviamente ho avuto vari scambi di opinioni con ascoltatori abituali della tua musica e dell’hip hop. Mi sembra che l’idea più diffusa sia quella di considerarti uscito definitivamente dall’hip hop, o dal rap che dir si voglia, e con un taglio netto rispetto a quanto fatto prima. Qualcosa di simile al percorso di Neffa, insomma. Ora, pur ritenendo da sempre il livore scatenato contro il primo Neffa “canterino” del tutto ingiustificato, credo che nel tuo caso si faccia un po’ di confusione. Chi ti ascolta da un po’ di tempo sa che il percorso è stato assolutamente graduale. Ti va di darmi qualche impressione sulle reazioni scatenate dal tuo lavoro?
Sì, sono d’accordo, e sono contento che tu mi faccia questa domanda, è la prima volta che mi viene posta e mi fa molto piacere. Al di fuori di ogni polemica, credo che l’esigenza di mettere la musica in scatole, cioè le classificazioni, sia tipico di chi ascolta i dischi. Da parte mia posso dire che conosco esattamente il mio percorso, come dici tu io ho sempre cercato di infilare nei miei dischi elementi che mi piacevano, come appunto il cantato, con tutti i limiti tecnici del caso. Il cantato appariva già in E all’improvviso impazzire, che risale a 5-6 anni fa; anche se non c’erano ancora pezzi interamente orientati al canto, i due elementi si mischiavano. Quindi, sì, questo disco può anche essere definito trasversale, ma in fondo i pezzi senza rap sono due, e c’è un solo brano con un ritornello rappato, perciò direi che il cambiamento c’è stato e non c’è stato allo stesso tempo. Va però detto che di certo non sono il primo: se prendi Mos Def vedrai che non si è comportato diversamente. Andando invece in Italia, e tornando alla tua domanda, posso dire che sono sempre stato accompagnato da falsi miti e improbabili accostamenti: vedi ai miei inizi, in cui venivo immediatamente associato a Common, e vedi ora, che si parla di somiglianze con Neffa. Se mi trovassi a cena con Giovanni (Pellino, cioè Neffa, ndSA), proverei sicuramente imbarazzo sapendo di scopiazzarlo spudoratamente, visto che poi la missione originale dell’hip hop era appunto quella di non copiare. Capisco però la necessità dell’accostamento: altri artisti che abbiano avuto una virata altrettanto black non ce ne sono. Al massimo si cambia direttamente genere, mentre direi che in quella direzione forse ci siamo solo io e lui. Se la cosa aiuta a far capire chi sono e cosa faccio, comunque, direi che posso anche accettarla.
Parlando del disco in sé, mi ha colpito l’approccio alla scrittura, specie per le parti cantate, che sono piuttosto complesse nonostante tu abbia cercato di renderle più melodiche possibili. É stato difficile curare questo aspetto?
Direi che non è stato difficile come si potrebbe pensare. La vera difficoltà è nel trovare una soluzione di continuità tra le due cose, evitare che risultino completamente disarmoniche. Sicuramente ho concentrato l’attenzione sul togliere materiale, piuttosto che sull’aggiungerne, dato che il rap tende a farti eccedere sempre nelle parole; quindi ho soprattutto lavorato su questo aspetto e sul mettere al punto giusto le pause, elemento più che fondamentale nella musica. Sono andato a tentativi nel corso degli anni, è stato un gioco, impegnativo ma pur sempre un gioco, ed è stato piacevole.
Passando dalla forma al contenuto, sbaglio o questo disco è anche più personale degli altri, malgrado possa essere ascoltato da un pubblico più ampio?
Sì, certamente è un album molto personale. Ho semplicemente pensato che raccontare la mia vicenda personale potesse essere più interessante rispetto a raccontare vicende altrui, magari mettendomi a parlare di cose come se fossi lì su un pulpito a giudicare. Dare lezioni di vita non è uno dei miei obbiettivi, anche se ammetto che in passato potrei aver dato questa impressione. É un altro dei grandi fraintendimenti legati alla mia persona, ci convivo da sempre, si tratta più di una foga appassionata tipica del rap, ma ho cercato di togliere quel tono lamentoso che in passato avevo. In realtà nemmeno nei dischi precedenti volevo fare il Gesù Cristo, puntavo piuttosto a dare lezioni a me stesso. Credo di essere arrivato comunque a un punto in cui ho abbandonato quell’aspetto, che ormai non mi interessa più. La mia posizione, a proposito di un atteggiamento che può essere sembrato da “predicatore”, è facilmente spiegabile: trovandomi di fronte a tantissimi che si presentavano come incazzati, sporchi e hardcore, sentivo il bisogno di mostrarmi in un modo differente. Per farlo e per non essere sottovalutato o ignorato, era necessario che lo rimarcassi anche con forza, assumendo posizioni forti che magari potevano far pensare a una mia presunzione. L’obbiettivo è sempre stato quello di non proporre qualcosa di diverso dalla vita di tutti i giorni. Se sono stati fatti errori, spero vivamente di non ripeterne.
Dal contenuto al suono, forse il nucleo di questo album. Chiunque frequenti un po’ la musica anche al di fuori dell’hip hop, riconoscerà un sacco di nomi vedendo i musicisti con cui hai collaborato (membri dei Calibro 35, Rodrigo D’Erasmo, Patrick Benifei e altri). Si tratta di artisti con un percorso particolare, non di semplici turnisti (senza ovviamente nulla togliere alla categoria). Com’è stato l’impatto con figure dalla personalità artistica così spiccata?
L’impatto è stato super. Io ho sempre fatto musica che in qualche modo si è tirata dietro gli strumenti; è capitato più volte ai miei concerti che qualcuno caldeggiasse l’introduzione di questi elementi nella mia musica. Una cosa, tuttavia, era immaginare questa innovazione, un’altra era attuarla davvero, entrando in contatto con l’ego e la visione musicale di altre persone. Ogni volta che ne parlavo con Tommaso o con Fid Mella mi sembrava che fosse semplicissimo, ma iniziando a portare il tutto in una dimensione concreta, ho capito che tipo di interazione sarebbe stata, ed è stato davvero magico. Ho avuto a che fare non con semplici turnisti, ma con persone che sono state coinvolte da me e da Tommaso e hanno accettato con entusiasmo, mettendoci la propria faccia. Non si fa questo solo per soldi, se si è raggiunto un certo livello. Il rapporto con loro mi ha arricchito in più di un’occasione e credo e spero di essere cresciuto e di poter usare in futuro quello che ho imparato.
Grandi assenti di questo album sono i feat. con i tuoi colleghi e amici, usanza a cui ci hai abituati nei tuoi lavori precedenti. Come mai una scelta così radicale?
Detto in modo pulito, pulito: non me ne fregava nulla. Ho fatto tonnellate di brani con artisti o perché erano miei amici, o perché li stimo, ma questo era un progetto di tipo diverso. In quel modo non avrei potuto raccontare le cose degli ultimi due anni e soprattutto mostrare quello che è diventato ora il mio senso dello sviluppo della canzone, l’essere cioè uscito dalla tipica struttura di strofe da 16 barre con ritornello, featuring e scratch.
Dunque i feat. potrebbero tornare in un altro progetto o dovremo abituarci alla loro assenza?
Non lo escludo, ma quello che ho ottenuto maggiormente da questo disco è la spontaneità, il coraggio di fare ciò che mi va, a patto che non ci sia una pianificazione, con discorsi artistici mirati a fare scalpore. Non mi sento di escludere nulla per il futuro, potrebbe accadere qualsiasi cosa.
Come è andata la gestazione dei brani, dal punto di vista musicale?
Tutta la parte di preproduzione è stata affidata a Marco Olivi e Fid Mella, ma come in passato ho avuto il mio ruolo anche in quell’aspetto. Per quello che riguarda invece le melodie, il lavoro è attribuibile in larga parte a me e alla mia tastierina, su quello non ci sono stati grandi apporti dall’esterno.
E ansie da prestazione nel collaborare con altri musicisti? Ne hai avute?
No, ma devo dire che è stato soprattutto grazie a loro se non le ho avute. Hanno avuto un atteggiamento molto aperto, sapevano che ero sia appassionato che preparato, ed è stato possibile avere un confronto senza che ci fosse alcun disagio.
Salto di palo in frasca e ti faccio una domanda che vorrei farti da anni, visto che si tratta di un elemento fondamentale nel tuo modo di fare il rap: la pausa. Tu sei bravissimo a farne, è una cosa che ho sempre ammirato del tuo approccio. Come ti poni nei confronti di una scena che tendenzialmente sembra ricevere apprezzamenti più per un flow serratissimo, che appunto per le pause? In realtà è una domanda che nasce più da una mia curiosità personale che da altro…
A parte dirti “bravo” per l’attenzione ai particolari, ci tengo a dire che non credo esista un solo modello “giusto”: nel rap americano posso amare Twista, l’anti–pausa, così come Q–Tip che invece ne piazza una ogni due parole. A volte, di fronte a chili di parole senza una pausa, mi trovo tuttavia un po’ a disagio; se pensi che il rap è un’espressione vicinissima all’idea del jazz, ti accorgi della differenza nel momento in cui un musicista fa un’assolo di un’ora senza una pausa: gli ascoltatori solitamente lo mandano a cagare, perchè sono preparati. Le pause sono sicuramente importanti, non credo che una sovrabbondanza di parole renda automaticamente buono un determinato brano.
Sì, siamo d’accordo. Ma da cosa nasce questa grande precisione? Stavo pensando a un rigoroso computo sillabico ma dimmi tu…
Direi che sicuramente mi hanno aiutato il tempo e l’ascolto di tanto rap americano. Gli ascoltatori più giovani spesso non fanno i conti con una grande verità: il flow è un elemento ritmico. L’inglese ha delle tronche che aiutano in termini di ritmicità, con l’italiano le cose si complicano, ed effettivamente ci ho dovuto lavorare parecchio, anche contando le sillabe come dici tu. Era una sfida per andare oltre quelle due o tre soluzioni che avrei adottato senza studio.
Ti faccio la classica domanda finale, o quasi: qualcosa da consigliare come ascolti?
Rischio di essere di parte: Big Joe e Johnny Marsiglia (compagni di Ghemon in Unlimited Struggle, NdSA) hanno una visione dell’hip hop underground avanzata, stanno facendo un discorso interessante dal punto di vista sonoro, adottando spesso soluzioni “squantizzate” come quelle che usavo io o anche Mista e Shocca. Mi piacciono moltissimo. Po ti direi che mi piacciono un sacco anche gli Smania Uagliuns, soprattutto per attitudine. Infine, per quanto non abbia bisogno della mia pubblicità, dico Salmo, artista distantissimo da me ma di cui apprezzo la coerenza.
Di straniero invece?
Fatima, Yellow Memories, il buon vecchio Prince che non stanca mai, il disco di Pharaoe Monch, quello dei Roots. Sono i principali ascolti di questo periodo.


