Recensioni

Per chi non conoscesse Ghemon riassumiamo in pochi aggettivi la persona: sincero, coscienzioso e ambizioso. Questi tre aggettivi, che potrebbero far sorridere il lettore alla ricerca di caratteristiche più ambigue, rappresentano in maniera abbastanza verosimile il percorso artistico di un rapper che fin dal primo momento si è schierato in posizione antitetica a molte delle tendenze dell’hip hop nostrano, pur rimanendo fedele ai capisaldi di questa cultura.
La grande ambizione di Ghemon lo ha spesso portato, a volte con un atteggiamento che ha provocato in alcuni una certa irritazione, a ribadire questa distanza dalle suddette tendenze. Orbene, in Orchidee, la sua ultima fatica, non succede. Siamo dunque di fronte a un disco che costituisce una tappa importantissima per il lungo percorso di Ghemon (sono 15 anni che il Nostro gira da solo, e se si considera anche il lavoro fatto con i Sangamaro le candeline sulla torta aumentano). Ovviamente l’elemento che colpisce subito è la sfida che ogni rapper maturo e ambizioso prima o poi si pone: il canto e gli strumenti. Pur non essendo un disco interamente orientato al cantato (chi ha pensato a un passo à la Neffa è in errore, il taglio con la cultura hip hop che caratterizzò il “tradimento” del Pellino non è qualcosa di ravvisabile in Ghemon), l’album è infatti caratterizzato da preziosi arrangiamenti e da un suono che strizza l’occhio al soul del passato (basta dare un’occhiata a chi suona, troverete almeno tre elementi dei Calibro 35, un progetto che con il passato ha un rapporto che è eufemistico definire di continuità), e al contempo non disdegna di strizzare l’occhio al cosiddetto nu soul (ovviamente declinato in chiave rap), incrociando in maniera assai personale il percorso di artisti come Mos Def, i The Roots o anche Phonte (da solista, senza i Foreign Exchange).
Buona musica e produzione ottima, dunque, con all’interno persone la cui professionalità è fuori discussione (si veda Enrico Gabrielli, ma non dimentichiamo il buon Kikke dei Casino Royale o Rodrigo D’Erasmo, violino familiare a chi ha seguito gli Afterhours negli ultimi anni), e la parola d’ordine assoluta è ELEGANZA. I casi di eccellenza, nello specifico, sono l’ottima Da Lei (con lo scudo e la spada) – prodotta inzialmente dallo stesso Ghemon con Fid Mella, e poi successivamente riarrangiata – così come Il Mostro (bellissimo l’arrangiamento nel ritornello), e funziona anche il singolo Adesso sono qui. Non che le altre tracce siano da meno, ma sfortunatamente la ricerca di omogeneità tra i vari brani va fin troppo a buon fine , livellando eccessivamente le differenze. Quello che ogni tanto sembra un po’ mancare è l’amalgama di beat e voce, nel senso che pur essendo entrambi ad alto livello, in alcuni casi capita che si perda questo o quell’aspetto, spesso per eccessivo accumulo di elementi suonati (questo succede soprattutto nei ritornelli, a dire il vero, mentre il rap riesce sempre a rimanere in primo piano, grazie a una preponderanza dell’aspetto ritmico durante le strofe): un esempio in questo senso è offerto da Tutto Sbagliato, potenzialmente ottima e invece soltanto gradevole.
Musica a parte, bisogna soffermarsi, prima di passare al punto di forza del disco, sull’aspetto più claudicante di Orchidee: il cantato. Intendiamoci, sono in tanti a non cantare benissimo, è dai tempi di Battisti che il bel canto non è una necessità, e infatti il problema è nel come: l’approccio al canto è un po’ troppo serioso e, pur fregandonsene delle imperfezioni, non riesce a rimanere in testa. Da semplice ascoltatore verrebbe da dire che il problema sia a livello di scrittura, troppo complessa in punti che quasi impongono una maggior semplicità, i ritornelli. Da questa “lista nera” vanno tuttavia esclusi il singolo di cui abbiamo parlato prima e una Da Lei che sarebbe interessante vedere su queste traiettorie. Dulcis in fundo: il rap. Per chi non fosse pratico di metriche e tecniche, è giusto rivelare una verità banale: Ghemon è bravissimo a fare rap, che sia interessante o meno la tematica trattata (in questo album il Nostro parla principamente di tre cose, ovvero amicizia, amore e vita, ma lo fa in modo invidiabile). La cosa che stupisce di Ghemon è la sua dimestichezza con la pause, la sua musicalità è accostabile al miglior Q-Tip ed è una splendida alternativa tanto al flow serrato di buona parte dei dischi underground italiani, quanto al rap ipertecnico dei dischi di avanguardia. Il tutto con una precisione che non è comune.
In conclusione: il disco è ben fatto, ci sono brani che funzionano più di altri, ma nessuno di essi offende in alcun modo l’ascoltatore, e il fare da crooner del rap (è un complimento) di Ghemon ha forse trovato la giusta direzione ma non ancora il giusto assetto. Se da una parte è sacrosanto complimentarsi con l’artista per aver scelto un approccio inedito in Italia, dall’altra è lecito sperare in un disco più incisivo nei ritornelli e in generale nel cantato, per il prossimo futuro. Un ottimo inizio, comunque.
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