Recensioni

7.5

Dopo un giro di warm up, From Genesis To Revelation, nell’estate del 1970 i Genesis entrano ai Trident Studios di Londra, assistiti da John Anthony come produttore e da David Hentschel nel ruolo di fonico. Dall’agosto 1968 al giugno 1970 sembrano passati due anni luce. Il suono della band è irriconoscibile e il risultato sonoro ha del miracoloso. Bastano le prime parole cantate da Peter Gabriel per comprenderlo: questa è un’altra band.

La voce dell’adolescente diventata adulta, quasi roca, dal piglio drammatico, supportata da un Hammond atmosferico; la chitarra elettrica di Phillips che si può esprimere libera dalle pastoie imposte dal precedente produttore/padrone Jonathan King, e la batteria – di quel John Mayhew troppo spesso criticato senza ragione – che suona prepotente e personale, attestano sin dai primi secondi che Looking For Someone è la porta di entrata su un mondo nuovo, l’ideale introduzione al primo capolavoro di una serie inarrivabile che si esaurirà solo verso la fine del decennio, alla fine dell’epopea del Progressive rock.

In Trespass non c’è nulla che suoni fuori luogo o soggetto al passare del tempo, delle mode, o anche peggio alla banale trasformazione della musica in un mero prodotto di consumo. Se oggi il disco rende come appena uscito, davvero esiste qualcosa tra i suoi solchi che si può chiamare – semplificando – magia. White Mountain (incisa un paio di anni dopo come Un gioco senza età da Ornella Vanoni, il testo tradotto/adattato di Claudio Rocchi); Visions of Angels, magnifico esempio di organo Hammond scevro da pacchiano esibizionismo nonostante la protagonistica incombenza; Stagnation, che riesce a rendere una sinfonia musicale complessa e articolata qual è come qualcosa di etereo; la crepuscolare increspatura di Dusk contrapposta alla feroce determinazione di The Knife, quest’ultima un ponte già lanciato verso la fase II della band, sono il resoconto di un lavoro cesellato come un monile del passato: carico di storia ma attuale, brillante e immarcescibile.

Un disco unico, che coniuga perfettamente la vena pastorale maturata da Anthony Phillips nei primi lavori da solista con l’elettricità barocca che sarebbe esplosa in tutta la sua esuberante generosità, dall’arrivo di Phil Collins e Steve Hackett, così da completare la formazione del dream team, in Nursery Cryme e Foxtrot. A differenza dell’anonima e lugubre copertina dell’esordio, la “veste” di Trespass affidata alla certosina vena artistica di Paul Whitehead si colora di tonalità pastello, di bozzetti e indizi (il coltello di The Knife che squarcia la copertina, come sui quadri di Lucio Fontana) che rappresentano una sorta di trailer di quello che ci aspetta all’ascolto e allo stesso tempo ne amplifica la portata. Stiamo parlando di tempi nei quali la copertina di un disco aveva valore indiscusso, che se non completava il senso del disco era spesso un’opera nell’opera.

Pubblicato il 23 ottobre 1970, in patria l’album ottenne molto meno di quanto meritasse. I Genesis erano una crisalide in fase di mutazione, alle spalle una label indipendente che lavorava con passione e capacità ma priva della potenza commerciale necessaria per promuovere l’intero roster degli artisti in catalogo, tra i quali, all’epoca, almeno Lindisfarne e Van Der Graaf Generator avevano maggiore peso e ricevevano più alta attenzione. I giornali specializzati britannici erano presi da altri fenomeni e gli acquirenti di dischi si adeguavano ai consigli. Solo il Belgio, anche prima dell’Italia, si accorse del valore della formazione spingendo Trespass al primo posto delle classifiche di vendita della piccola nazione. Una testimonianza che infonde autostima e speranza per una crescita artistica che sarebbe maturata a breve con velocità esponenziale.

L’anomalia belga si configura come ideale premessa alle prime date continentali della band; ciononostante sull’immediato orizzonte dei Genesis si stagliano nuvole cupe. Anthony Phillips, il motore principale della band, già in precarie condizioni fisiche poiché affetto da polmonite, sviluppa una fobia da palcoscenico che gli impedisce di esibirsi in pubblico. La sua ultima apparizione sarà al Haywards Heath, nel Sussex, il 18 luglio 1970. Si tratta della perdita che potrebbe minare in via definitiva ogni sogno di gloria, un dramma imprevedibile che mette seriamente a repentaglio il futuro del gruppo. Benché Trespass rappresenti il disco che meglio risponde a un apporto egualitario di tutti i membri (Mayhew escluso), i compagni riconoscono in Phillips il musicista più preparato e la primaria forza creatrice del gruppo. Saranno Mike Rutherford, il più legato al biondo chitarrista, e Peter Gabriel i più decisi a non gettare la spugna. Banks, introverso e apparentemente timido, è altrettanto risoluto: rilancia e vuole la testa di John Mayhew che rappresenta, di origini sociali e scolarizzazione umili, una sorta di corpo estraneo appena sopportato. Finirà per trasferirsi in Australia, lasciare il mondo della musica, e ritornare in Scozia pochi anni prima della morte avvenuta nel 2009.

Nonostante le paturnie di Banks, Trespass è un disco senza punti deboli, che nella discografia dei Genesis molto probabilmente nessun fan sceglierebbe come quello da portare sull’isola deserta, ma che nella storia della band è un anello che non può mancare, in un percorso di maturazione che ha dei tempi precisi e “naturali”. Al minimo per quella sorta di “innocenza”, di totale dedizione alla causa superiore dell’arte pura, che ogni canzone detiene in sé e sprigiona tutt’oggi all’ascolto. Una sorta di limbo, pacifico e corroborante, prima dell’arrivo al sospirato cospetto della grande luce, del Giardino delle delizie del successo internazionale e infine planetario.

Un disco, nella sua intaccabile integrità artistica, anni luce di distanza dalla contrazione creativa e dalla fama planetaria consegnata “dagli” Abacab e Invisible Touch, verso il quale anche Tony Banks e Mike Rutherford, forse Peter Gabriel, in qualche raro momento, potrebbero voltarsi per guardare o pensare con affetto. E perché no, ammirazione.

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