Recensioni

A quattro anni di distanza dall’ultimo ambizioso album in studio e chiudendo un ciclo da solista durato due lustri, Gaz Coombes fa retromarcia sul serio in Turn the Car Around e lo fa armato di quella semplicità ed indolenza che da sempre lo contraddistingue.
Riascoltiamo l’ex frontman dei Supergrass immerso e cristallizzato in un momento preciso della storia, la stessa storia che lo ha divorato, masticato e poi risputato fuori con consapevolezze e percezioni differenti, più acute, chirurgiche, indirizzate ad una certa cromia espressiva. Gaz si riappropria di un linguaggio che lo riconduce agli esordi da solista con una ritrovata essenzialità, lontana dai bagliori patinati di quel World’s Strongest Man che pure rielaborava in chiave personale e lucidissima temi come l’ego, la salute mentale e la mascolinità alla luce di un momento storico fatto di #Metoo, Time’s Up e gender gap.
Turn the Car Around rappresenta un nuovo e fondamentale tassello in quella ricerca ascrivibile alla voce “identità sonora”, sempre scissa tra ingombranti eredità e desiderio di sperimentazione. Coombes prova qui a riempire di sostanza una forma ancora non ben definita – molto vicina all’elegante intimità di Matador ma (quasi) in antitesi con il succitato World’s Strangest Man -, e lo fa crollando letteralmente in un nudo intimismo da songwriter. Libero dai loop, dalle tastierine e dall’elettronica e spogliato da qualsiasi trucco ad effetto, Gaz incasella nove brani ben messi a fuoco che – come dicevamo in apertura – diventano voci di un unico idioma, dove le flessioni dialettali dell’indie-rock (Long Live The Strange) altezza The Black Keys di El Camino dialogano con la coralità soul di una Don’t Say It’s Over che diresti uscita dalla scaletta dal fortunato album Love & Hate (2016) a firma Michael Kiwanuka; una giostra di umori sospesa tra riverberi elettro-rock (Feel Loop) e la maestosa solennità di una Overnight Trains, che si affida alla più basica struttura voce-piano sulla scia del più introverso Tobias Jesso Jr e che pur deflagra in mille colori e riverberi sul finale.
Leggere pennellate utili a definire i contorni di un quadro sempre più nitido dove è l’uomo-artista a trovare un nuovo equilibrio: se è vero che i brani dell’album sono nati nel 2016, è la rilettura degli stessi alla luce di un presente stravolto da pandemie globali e conflitti sociali a ricoprire un ruolo chiave. E sembra quasi di vederlo, ascoltando la voce di Gaz sgretolarsi nel morbido girotondo ritmico di Dance On – una ballata di Harrisoniana memoria – prendere appunti, scrivere, riscrivere, provare, ricucire, sperimentare, scambiare riflessioni con il sodale Ian Davenport nella penombra del suo personale studio nell’Oxfordshire, mentre scorrono i titoli di coda di un disco che ha l’ambizione di insinuarsi tra le pieghe gelide di un inverno che stenta a disvelarsi.
C’è una sorta di geografia emotiva a ridisegnare i confini di Turn the Car Around. La pluralità di suoni, suggestioni, analogie espressive raccontano un disco non derivativo ma ambiziosamente poliglotta. Condizione indispensabile alla decifrazione è accomodarsi sul sedile anteriore, ascoltare in silenzio e finalmente godersi il viaggio.
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