Recensioni

Matador, secondo disco solista di Gaz Coombes, è una gradita (ri)conferma per il cantante di I Should Coco: da allora, dagli anni belli dei Supergrass, ne è passata di acqua sotto i ponti. Archiviata la lunga avventura del trio brit pop, il cantante inglese ci ha riprovato con il progetto The Hotrats, pregevole cover band (Turn Ons è il loro unico disco in studio del 2010) che terminava con una bellissima e coraggiosa versione di Up the Junction degli Squeeze.
Dopo alcuni tra gli episodi più riusciti del pop rock albionico degli ultimi vent’anni, archiviato lo spleen malinconico di Road to Rouen, smaltite le contaminazioni berlinesi di Diamond Hoo Ha (l’epitaffio dei Supergrass), ecco arrivare l’elettronica, qualcosa di non suonato secondo i dettami a cui si è sempre attenuto Coombes nella sua giovinezza artistica. In prospettiva, quella canzone, Up The Junction appunto, potrebbe essere stata il ponte tra un passato importante e troppo spesso bistrattato (Life on Other Planets, uno qualsiasi tra gli album minori dei Supergrass, avrebbe meritato ben altro riconoscimento) e un futuro tutto da scoprire, come lascia presagire l’ibrido di Needle’s Eye. Con il senno di poi, è un vero peccato che la parabola della formazione di Moving sia terminata quasi in sordina dopo i fasti di In It For The Money.
Forse anche per Matador potrebbero profilarsi fortune alterne, ma va detto subito: di demeriti questi brani ne hanno davvero pochi. Deciso passo avanti rispetto all’esordio in solitaria, il qui presente potrebbe essere il disco della maturità di Coombes, una commistione tra vecchi trucchi, soluzioni melodiche rodate e una produzione precisa, coerente e contemporanea, qualcosa capace di smarcarsi, ancora una volta, da sentieri conosciuti. I fan della prima ora potrebbero sobbalzare dinnanzi alle soluzioni proposte in Oscillate. Le atmosfere in chiaroscuro di Buffalo – forse il pezzo migliore – sono distanti dalle vecchie scorribande pop rock. Una caratteristica evidente nell’incedere ipercampionato di To The Wire, momento che conferma i pregi negli arrangiamenti di 20/20, un brano elegante e lineare. Il cantante trova anche il tempo per omaggiare la perfetta pop song inglese (The Girl Who Feel To Earth) in un personale tributo ai Fab Four (sponda McCartney).
Fedele ad una forma canzone ben definita (Detroit), Coombes ne imbastardisce la formula ora con piccoli inserti electro, ora con crescendo armonici che seppur prevedibili, non danneggiano il tenore complessivo delle canzoni. Un’altra evoluzione per il songrwriting del musicista britannico, quest’ultimo sempre più a suo agio nei panni di crooner 2.0 sfoggiati durante Seven Walls; di fatto, soltanto tre canzoni in tracklist separano quest’ultima da The English Ruse, un episodio molto vicino agli ultimi Supergrass, (quelli di Diamond Hoo Ha). Solo tre canzoni, eppure sembrano tremila.
Amazon
