Recensioni

6.6

Da tempo non si avevano notizie di Gavin Friday, discograficamente parlando. Da un bel po’ di tempo, a dire il vero. Il suo ultimo album in studio era stato Catholic, pubblicato nel 2011 e sulla cui copertina il poliedrico ed eccentrico cantautore dublinese campeggiava a mo’ di salma, sdraiato esanime sul letto di morte, avvolto nella bandiera irlandese e con un crocifisso poggiato sul petto, a citazione di un famoso dipinto degli anni ’20 del secolo scorso raffigurante il patriota irlandese Michael Collins.

Insomma, dopo tredici anni di silenzio, il timore che Friday fosse venuto a mancare davvero poteva non essere del tutto infondato. L’ex Virgin Prunes assicura che non se n’è stato con le mani in mano durante questo periodo, anche se l’evidente buco nel suo curriculum recente sembrerebbe suggerire il contrario. Di certo c’è che l’anno scorso ha partecipato, in qualità di compositore e voce narrante, alla nuova versione del cartoon Pierino e il lupo, basato su illustrazioni realizzate dal suo amico Bono più di vent’anni fa. Così com’è certo che in qualche punto indefinito dello spazio e del tempo deve aver lavorato al materiale che ora esce sotto forma di un nuovo LP, Ecce Homo, magari non pienamente riuscito, ma onesto e nel quale lui ha messo tutto se stesso, costruendo «monumenti alle sue emozioni».

Negli ultimi quindici anni, Friday ha trascorso molto tempo scambiando idee musicali con Dave Ball, co-fondatore dei mitici Soft Cell e produttore del (discutibile) secondo e ultimo album in studio dei Prunes, The Moon Looked Down and Laughed (1986). Queste idee si sono evolute fino a prendere forma in un nuovo progetto discografico, che però è stato messo in pausa con l’arrivo della pandemia di Covid-19, in attesa di capire come il mondo sarebbe cambiato dopo un evento che ha stravolto le nostre vite. Nel frattempo, Fionán Martin Hanvey (il vero nome di Friday) ha affrontato la perdita di sua madre, malata di Alzheimer, di Hal Willner, uno dei suoi più stretti collaboratori, e persino del suo cane. Tutti gli ingredienti erano presenti affinché questo nuovo lavoro fosse tutt’altro che un inno alla gioia (del resto, l’immaginario dei Prunes non è mai stato associato all’allegria). Eppure, questa volta, le cose non stanno del tutto così.

Eccolo, dunque, il mondo del 2024 secondo Gavino. Ecco l’uomo, e non è un bel ritratto. Certo, a sessantacinque anni, quel che può ancora esserci di scioccante e innovativo in un artista come Friday risulta fatalmente sbiadito e per uno come lui il rischio di sembrare un vecchio trombone, per non dire un residuato, è sempre dietro l’angolo. Certo potrebbe esser peggio. Potrebbe piovere! In effetti, se si pensa all’odierna versione catodico/glitterata di Manuel Agnelli (che peraltro è anche più giovane), ben venga Friday con tutto il suo (consunto) carico di anarchia punk, teatro dell’assurdo, verve glam e anticattolicesimo in salsa pagana. Anche musicalmente, gli appigli che fornisce sono telefonati. Il sound è artigliato a un’elettronica dall’imprinting decisamente anni ’80, cosa del resto ancor più naturale con Ball accreditato non solo in cabina di regia (affiancato in questa veste da Michael Heffernan) ma anche come co-autore di sei brani su otto. Di suo, Friday ci mette, oltre ovviamente alla scrittura dei testi, l’afflato orchestrale pieno, imponente, grandioso, retaggio del suo lavoro sulle colonne sonore per film di registi come Jim Sheridan (ricordate la meravigliosa In The Name Of The Father in coppia con Bono per l’omonimo film?) e Neil Jordan tra gli altri.

Conoscendo cosa hanno rappresentato i Virgin Prunes e il percorso artistico del leader solista, si potrebbe essere portati a credere – come si diceva su – che Ecce Homo sia un’opera totalmente ammantata di un velo funereo. E invece palpita di vita, anche quando s’incazza e prende posizione. Nelle otto tracce che la compongono spazia tra speranza, morte, lotta, indignazione, nostalgia, mescolando ai riferimenti personali quelli politici e religiosi. E tra gli argomenti c’è ovviamente anche l’amore. Magari un amore sottozero, come da titolo della prima traccia in scaletta, Lovesubzero, e forse proprio per questo ancora più ribollente. «There’s nothing I would not do / For your love», canta Friday in questo melodramma che richiama l’ultimo Bowie di una Lazarus resuscitata a ritmo dance ispessito dal proverbiale cantato/recitato del Nostro, freddo e apparentemente privo di umanità.

Un’umanità secolarizzata e prosciugata di spinte ideali che possano sostanziarsi in una partecipazione politica, la mancanza della quale agevola ovviamente i cosiddetti padroni del vapore. «Fight fire with fire», recita il ritornello della title track e singolo di lancio, e non potrebbe esserci modo migliore per descrivere l’attuale situazione mondiale. «Big cities falling down / This is war, this is war, we’re killers», è un altro passaggio che non ha bisogno di troppe spiegazioni. Infausti presagi si addensano all’orizzonte di un passaggio apocalittico che viaggia sulla base di una pulsante Hi-NRG gotica e compatibile con l’EBM, rientrando – come detto – nell’ampio ripescaggio di sonorità inconfondibilmente anni ’80 a cui abbiamo assistito negli ultimi (20?) anni. Friday, al solito, ci canta sopra come un consumato crooner baciato dai Roxy Music con il ritornello ad alzarne di un paio di tacche la spendibilità pop. Il videoclip che accompagna il pezzo è parimenti cupo e distopicamente post-atomico. Giocato su immagini evocative, mostra un mondo in fiamme, l’inferno su una Terra dove «la colpa che ferisce non ha ritornello, è una colpa senza nome».

Però Ecce Homo è anche una retrospettiva da parte di un sessantacinquenne che si guarda indietro. Volendo fare un paragone con i suoi amici U2, potrebbe essere il suo Songs Of Innocence, anche se migliore (ma non ci voleva molto). Lady Esquire racconta, sotto forma di marcia medieval/cavalleresca condita da aromi arabeggianti come ne avrebbero fatto uso i Radiohead, gli anni giovanili del Nostro in quel di Ballymoon, quartiere di Dublino nord. Le «seven towers» del testo sono le stesse che Bono cantava in Running To Stand Still, quinta traccia del leggendario The Joshua Tree. In pratica erano le case popolari di quel quadrante di Dublino che sorgevano a un paio di chilometri in linea d’aria da Cedarwood Road, la via dove sono cresciuti Bono, Gavin e Guggi (altro membro dei VP) e dove negli anni Ottanta imperava lo spaccio di droga. In effetti dal testo del pezzo sembra che l’esperienza lisergica abbia riguardato l’autore in prima persona poiché la canzone è un po’ il racconto di una specie di iniziazione («She rings the doorbell of perception / We’re on the hill near the Seven Towers / “Hey man, doyawannasee the buildings dance?”»).

Ecce Homo è un florilegio di dediche alle persone della vita. Nella sua interezza è dedicato alla madre dell’artista e ai faithful departed. Poi nel dettaglio alcuni brani presentano dediche proprie. Il secondo estratto, Station Of The Cross, è intitolato alla compianta Sinead O’Connor, che era una grande amica di Friday, ed è una canzone d’amore tormentata e incentrata su una relazione intrappolata in un circolo vizioso. Musicalmente è un brano più malinconico del primo singolo, spingendosi maggiormente in territori gotici, tra ritmi industriali, corni pensierosi e sintetizzatori palpitanti. Forte si avverte l’impronta del succitato Ball; e un’impronta altrettanto originale l’ha voluta lasciare Friday in sede di presentazione. Infatti, i dettagli di questo, come del precedente singolo, erano stati anticipati nei mesi precedenti alla pubblicazione con post misteriosi scritti in Ogham, un’antica lingua runica utilizzata in Irlanda e in alcune parti del Regno Unito tra il V e il IX secolo, insieme a un’immagine di una corona di spine.

Tornando agli omaggi, a Bono, Guggi e il Lypton Village, la combriccola di pazzoidi dediti alla performance art da cui nacquero U2 e Virgin Prunes, è dedicata When The World Was Young, in cui viene nominata anche la succitata via di residenza di questi strambi dubliners ai tempi in cui erano ragazzi («Baby, the lights, the shining lights / Away from Cedarwood»), che muove da influssi a metà tra Ultravox e Depeche Mode per poi librarsi in tutta la sua ariosità da filarmonica. È proprio l’ultima parte del disco la più cinematica, come testimonia anche l’epico dittico di coda formato da The Best Boys In Dublin e la conclusiva Lamento, che però non è il verso suscitato in noi da questo nuovo Friday, in definitiva ancora ascoltabile, per quanto consumato e appesantito dagli anni.

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