Recensioni

C’è uno strato spesso, troppo spesso, di preponderante egocentrismo a rivestire la pelle di Jurassic World – La rinascita. Non il roboante verso del T-Rex, e nemmeno lo sbattere delle ali dei pterosauri. A riempire lo schermo, asfissiando lo spazio, è l’incommensurabile presenza di un essere umano, che parla e straparla, ammassando con il suo illusorio senso di grandezza, l’oceano, l’aria e la terra. Quella stessa triade di acqua, aria e terra che adesso, nelle terre equatoriali, diviene habitat perfetto di nuove forme di dinosauri. L’elevazione a divinità che già intaccava con sapiente alacrità le pagine di Mary Shelley (Frankenstein) adesso stuzzica l’ambizione di scienziati (il dr. Loomis di Jonathan Bailey), mecenati (la Zora Bennett di Scarlett Johansson) e uomini pronti a sfidare il destino pur di ricavare il DNA di tre distinte specie di dinosauri con fini medici (il Martin Krebs di Rupert Friend).

Uno slancio apparentemente altruistico e filantropico, che cela invece una fitta rete tessuta da meri fini personali ed economici che tutto prendono e accecano, salvo il caso del dottor Henry Loomis: lo spettatore finisce per riconoscersi in lui, non solo perché portatore sano di uno sguardo pronto a meravigliarsi dinanzi allo spettacolo di una natura che incanta e terrorizza, ma anche e soprattutto perché vittima diretta di un mondo che all’esperienza diretta (mostre e musei) preferisce un intrattenimento sul piccolo schermo (pc e piattaforme televisive). Il personaggio di Bailey è uno specchio dello spettatore al cinema, ancora capace di lasciarsi ammaliare da immagini in movimento, ambientate in mondi impossibili resi reali dalla magia della settima arte.

E Jurassic World – La rinascita poteva davvero essere uno spettacolo per gli occhi: un’esperienza visiva sublime, intaccata però da una verbosità costante che rimanda continuamente l’incontro con quel mondo preistorico da cui la saga trae la sua forza originaria. Un mondo che avrebbe ancora molto da raccontare, anche solo per le sue potenziali connessioni con le attuali questioni geopolitiche e ambientali. Ed è qui che riemerge quel prepotente egocentrismo umano, che tutto invade e annienta. Con la stessa facilità con cui devasta l’habitat naturale, l’uomo si impone anche sul film, ostacolando un racconto che promette nuove avventure, nuove isole e volti noti, ma finisce per tradire ogni promessa.

Non servono tanti spiegoni, o presentazioni d’insieme per un’opera nata da progenitori riconoscibili e conosciuti: bastano poche frasi, presentazioni celeri, così da lasciare spazio ad adrenalina, tensione, segnali di emergenza e qualche elemento splatter da b-movie capace di entrare perfettamente nel costrutto generale. E invece a essere più grande del T-Rex è una portata verbale che rallenta il tutto, tenta di stabilire un contatto affettivo con personaggi altrimenti moralmente negativi e respingenti.

Non è allora un caso che a segnare il primo, vero, incontro con il mondo dei dinosauri sia quel nucleo familiare in cui la bontà, la purezza e il senso di sacrificio tutto permane e caratterizza.

Reuben Delgaldo, le due figlie Teresa e Isabella, e il fidanzato della maggiore, Xavier, sono forse i veri protagonisti dell’intera opera; lo sono più di Scarlett Johansson, Mahershala Ali (due volte premio Oscar per Moonlight e Green Book) e Jonathan Bailey; la loro sottotrama incarna ciò che il pubblico si aspetta da un film come Jurassic World; il resto del cast è invece la promessa mancata, l’attesa, la prefigurazione di un incontro che avverrà, ma a rilento, avvolta in un senso di déjà-vu. Non solo i rimandi alla prima trilogia di Jurassic Park: nei primi attimi del film diretto da Gareth Edwards, si respira in maniera fin troppo pressante, l’aria di un altro film come King Kong di Peter Jackson. Stesso gruppo di uomini e (una) donna che si avventura tra isole equatoriali per motivi economici; stessa bramosia di interessi personali; stessa elevazione divinistica, con cui catturare l’essenza più pura dei mostri, il loro codice genetico, il loro essere terrificanti e sublimemente attrattivi; stesso spirito catartico e rinascita morale.

Ciononostante, quando la compagine antropologica lascia spazio a quella preistorica e irrazionale, tutto cambia: Edwards getta lo spettatore in un rollercoaster emotivo di pura adrenalina, trascinandolo lungo la forza di inquadrature inclinate, momenti sospesi, giochi di ombre e primi piani, carichi di intensità e tensione. Il tutto condito da una CGI impeccabile, capace di rendere vive quelle creature offerte all’immaginario collettivo secondo standard ben precisi (sebbene differenti da quelli che erano in realtà). Ma “all good things come to an end” e anche il tempo dei giochi finisce ben presto, soverchiato da momenti troppo distesi, battute fuori luogo e risoluzioni fin troppo superficiali e raffazzonate.

E così, lo spettatore si attacca a quei momenti dove i dinosauri dominano lo spazio, le sfide si compiono, la tensione aumenta, lasciandoci rapire, proprio come Henry Loomis, proprio come un bambino davanti a uno spettacolo magico, proprio come uno spettatore rapito dalla grande arte del cinema.

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