Recensioni

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Uno se ne va verso lande “techno”, mortificando l’ascoltatore con la sua idea di elettronica che non può prescindere da una certa aberrazione sonora. L’altro inizialmente se ne sta sulle sue, ma poi comincia a macinare una musica che molto ha a che vedere con il dark-ambient, anche se la definizione di genere può suonare riduttiva. Insieme ci saturavano le orecchie a furia di harsh noise tremebondo; da soli brillano come non si fossero mai divisi. Quello della “techno” è Pete Swanson, questo dell’ambient mefitica è Gabriel Saloman; insieme si facevano chiamare – prevalentemente, ma non sempre era così – Yellow Swans.

Lasciati gli orizzonti del duo, Saloman si cimenta in una sorta musica visionaria priva degli eccessi del (ex) compare e che piuttosto sembra vivere di una sorta di classicità umbratile e oscura. Che siano il percussivismo reiterato di Marching Time (sorta di doppio al nero della melvinsiana Spread Eagle Beagle), le lande dilatate da suite ambientale vissuta al crinale tra requiem pianistici, soffusi soffi d’archi a tratteggiare suggestioni romantiche, il pulviscolo statico e il crescendo da post-rock in negativo di Mine Field (18 minuti di epica catarsi) o le sospensioni della coscienza di Boots On The Ground (accordi di chitarra appesi ad asciugare, un fluttuante gorgoglio di fondo, una marcia militare ad memoriam, malinconia in overdrive a tratteggiare una composizione astratta e di ampio respiro), aleggia sempre l’elegante tocco e la sensibilità visionaria del suo autore. Come una colonna sonora per l’ultimo uomo sulla terra, il Requiem del soldato Saloman è musica “for modern decay and melancholy”.

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