Recensioni

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Li abbiamo seguiti lungo tutto il percorso che un anno fa avevano intrapreso con Mont Cc 9.0 First Act. I Füsch! ci sanno fare. Fautori di un ritorno elettrico alle muraglie di suono, fra chitarre distorte e ritmi asfissianti, la band bergamasca non ha lasciato nulla al caso, equalizzando pulsioni di varia natura: dal post-rock chitarroso di My Bloody Valentine, Swans, Fugazi alla psichedelia terrosa di Kyuss e Brian Jonestown Massacre, dai mostri sacri del rock come Led Zeppelin e Deep Purple al “polizziottesco” in stile Calibro 35.

Con il terzo e ultimo atto di Mont Cc 9.0, la band ci regala forse il tassello definitivo. Third Act è infatti capace di sintetizzare in sé i pregi dei due precedenti lavori, mettendone in quarantena i difetti. Se la partenza è affidata al thriller sincopato di Iuston, le qualità migliori emergono quando la dilatazione della trama lirica raggiunge lo spessore del wall of sound: Il Gran Sasso e La stanza dei funghi, in particolare, equilibrano bene queste risorse, l’una con una corsa asfissiante di synth e chitarra in quattro minuti tiratissimi, l’altra con l’inquietante e solenne intreccio di piano e corde.

Spazio anche per i giochi di stile, ben costruiti sulle note di Quadrifornia Lemon, più morbida rispetto alle altre e più orientata sul caleidoscopio dei Tame Impala, per dire un nome; oppure la chitarra acustica di L’Ines atto finale, che suggella in bello stile il disco. Pochi sono invece gli episodi cantati. Quando emerge il cantato in italiano, la voce è come al solito incastonata nel suono più grande, è sovrastata dalle entità rumorose che l’attorniano e la stordiscono; ma succede di intuire qua e là bei versi come “visione astratta/di un mondo sommerso/visione banale/di una vita sociale/visione confusa di miti ed eroi/visione virtuale di una rete antisociale”. Da segnalare, infine, il recupero di un brano del maestro Battiato: non uno qualunque ma La Convenzione, datato 1972, in un periodo in cui (e i Füsch! fanno bene a ricordarcelo) il cantautore catanese era una spanna sopra tutti i suoi colleghi.

Creatività a valanga e una padronanza dei registri unica: questo è quello che fa una buona band, che, anche senza esporsi particolarmente, riesce a lasciare il segno. Nella speranza che la trilogia sia solo il primo tassello di un puzzle più grande.

 

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