Recensioni

7

Siamo alla fuga dopo la prigionia del disco precedente: se Prisoner 709 rappresentava una detenzione anzitutto mentale (la prigione senza sbarre profetizzata da Morpheus in Matrix), così Exuvia parla di notturne corse nel bosco e di esoscheletri abbandonati dopo la muta. Caparezza è arrivato al suo ottavo disco all’età di 47 anni, e tutto questo bel discorso su cambiamenti e metamorfosi guarda dichiaratamente alla totalità del suo percorso, compresi i cringissimi esordi come Mikimix a fine anni Novanta (e relative comparsate a Sanremo). Ecco allora che Salvemini sembra finalmente pronto a fare pace col suo passato, a relegare in un angolino quella sua parte intollerante mangiata dall’(auto)critica fino ad oggi. 

Venendo al sodo, la penna del Capa è sempre lei: non mancano gli arguti giochi di parole e le ossessive – ed esibite – stratificazioni di riferimenti e citazioni. Pane squisito per i suoi fan storici, nulla di nuovo per chi non l’ha mai amato particolarmente. Il succo di tutto il discorso è probabilmente contenuto in Campione dei Novanta, dove il nostro ricciolone si toglie un po’ di sassolini dalle scarpe guardando al proprio percorso in critica retrospettiva. Qui e spesso anche altrove sfoggia un flow moderno e a sua volta capace di cambiare nel corso degli anni (spesso il fraseggio sembra quasi scritto da Ernia). Anche il consueto tono clownesco viene occasionalmente abbandonato per una voce più neutra e meno caricaturale. Per il resto abbondano le autocitazioni (da Vengo dalla Luna a La Mia Parte Intollerante passando per tunnel e prigionieri vari) e gli occhiolini cinefili: dalle foto promozionali con la t-shirt che omaggia 8 e Mezzo di Fellini ai riferimenti di cui sono infarciti i testi; c’è Scarface e c’è La Corazzata Potemkin, ci sono l’amore di Hitchcock per le tende e la tuta gialla di Uma Thurman in Kill Bill. Tutto bello e tutto giusto, probabilmente tutto già sentito: la chiave di questo nuovo Caparezza è che scavando un poco, di nuovo non c’è niente, e va benissimo così.

Meglio rispetto al solito è invece la resa musicale: in Exuvia le produzioni sono migliori – almeno per la maggior parte – e il consueto carnevale salveminiano di generi, stili e trend non si risolve nella solita cornucopia di spicci bignami derivativi. C’è un po’ di tutto, come sempre, ma pare fatto decisamente meglio. Canthology apre con il feat. di Matthew Marcantonio e presenta ovvi retaggi psych in area Pink Floyd: una roba molto anni ’70, a base di drumming muscolare e chitarre languide, che però funziona. Poi si slalomeggia tra latineggianti spezie sudamericane (Sendero) e mistiche ebbrezze da notti d’oriente (Fugadà), parentesi zarre ma con stile (Contronatura), archi che spesso e volentieri aprono gli arrangiamenti o funk imbastarditi da synth e coretti, come nel contagioso singolo La Scelta, oppure ancora calzanti tappeti minimali come in Azzera Pace. Non sempre scorre tutto a meraviglia, e alla scaletta finale avrebbe forse giovato qualche taglio: vedi le ormai un po’ risapute pompate rockiste (Prisoner 709 aveva già detto tutto – anche di più – in questo senso) di Eyes Wide Shut, o gli incartamenti in ritornelli non particolarmente efficaci (Eterno Paradosso, Come Pripyat, Il Mondo Dopo Lewis Carroll).

È il Caparezza di sempre insomma, ma fatto un pochino meglio. In questo senso, il vestito da disco della definitiva (?) maturità calza a pennello. Difficile che conquisti nuovi fan, facile che esalti quelli già adoranti.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette