Recensioni

5.8

Un fischio accompagna i giorni di Michele Salvemini, una vibrazione costante nelle orecchie che si chiama acufene. È uno shock alla sua scoperta e una malattia incurabile, con la quale si deve imparare a convivere. Potrebbe essere stato proprio quel rumore la prima nota di Prisoner 709, il nuovo album del rapper di Caparezza che torna a tre anni da Museica, Premio Tenco per il miglior album del 2014. Ma questa volta non si tratta di un vero e proprio concept da storytelling come il rapper di Molfetta ci aveva abituati, quanto piuttosto di un album tematico con un’idea a tenere insieme il tutto: quella della prigione, della sua claustrofobia e della sua evasione. Ad anticipare l’album era stato il video angoscioso della title-track, ambientato in un carcere e ispirato agli esperimenti di Philip Zimbardo. Un inno heavy-metal, una specie di Dottor Jekyll e Mister Hyde in salsa intimista. 7 starebbe infatti per Michele, 9 per Caparezza, tanto per dire come si tratti di un album su un momento personale, più che professionale, con le tipiche domande in stile “Da dove vengo? Chi sono? Dove vado?” e i suoi dolori. Come può essere la scoperta di una malattia. Anche quella voce cartoonesca sembra in alcuni parti essere arrotondata e l’impegno sui grandi temi dell’attualità farsi da parte a favore di riflessioni più introverse.

Giù la maschera, verrebbe da dire. Eppure così non è, o almeno non completamente. Ché se da una parte troviamo il Salvemini meno Caparezza di sempre, è pur vero che non vediamo scomparire mai il personaggio. Uno che sta al mainstream come la commedia dell’arte sta alla storia del teatro. A confermarlo è il secondo singolo Ti fa stare bene, hit radiofonica che non sarebbe potuta mai essere più lontana dalla già citata title-track. Solare, canterina, con un coro femminile a rendere il tutto più pop. Una conferma di quell’elettro-rock-rap-crossover condito di rime aperte e chiuse come istantanee e giochi di parole taglienti che ormai sono un marchio di fabbrica. Ovvero, lo stile del Capa, ormai scontato da descrivere come quell’incontro tra Frankie Hi-nrg, Elio Ac/dc.

709 è un disco che va arieggiandosi come se si spalancassero finestre sempre più grandi. Prosopagnosia è un intro claustrofobico heavy metal che porta il nome del disturbo a causa del quale non si riconoscono più i tratti somatici. Decisivo il feat di John De Leo, ex Quintorigo, che torna anche nell’elettronica Minimoog. Ospite d’onore del lavoro è però Darryl DC Daniels dei DMC, mito della giovinezza del Capa e valore aggiunto della psicanalisi in rime e beat hard rock di Forever Jung. Max Gazzé interviene invece in Migliora la tua memoria con un click, gratuita come un pop-up. “Le mie prigioni” del Salvemini si reggono invece su Confusianesimo, sul bisogno di avere un dio o una religione, e su Il Testo che avrei voluto scrivere, ossessione prog-rock sulla canzone più bella ancora da comporre. Ma anche sul power-pop anni ’80 speranzoso di Una Chiave e sulla dedica all’acufene («Fischia l’orecchio, infuria l’acufene») cui Caparezza da il nome Larsen e che fa vibrare in un’atmosfera new-wave come fosse una eco a rincorrersi in gallerie sotterranee. Come se fosse legittima difesa, si torna poi in una comfort zone che è politica in L’uomo che premette e tecnologia in L’infinto.

Il tutto somiglia a una catarsi accompagnata dal solito arrembaggio di citazioni e personaggi che vanno dai libri di scuola media alle icone à la Carnaby Street, con Terzani a braccetto con Mister Grey, nazisti e Gipsy King, Gianni Rodari e Conor McCregor, Freud e Boogieman. Eppure il Capa ha cominciato a prendersi sul serio con un disco meno piacione rispetto ai precedenti, dove al megafono preferisce la penna. Anche se al momento ai commenti sul risultato prevalgono le manifestazioni di solidarietà per l’acufene. Probabilmente il disco verrà ricordato più per questa storia.

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