Recensioni

Paradossalmente, il doom-jazz dei Free Nelson MandoomJazz ci è sempre parso assai meno rivoluzionario del semplice free jazz dei Sessanta, nonostante sia una fusione di universi estetici agli antipodi tra loro. Nei dischi pubblicati fino ad ora (The Shape of DoomJazz To Come / Saxophone Giganticus e Awakening Of A Capital) la formula della band scozzese è sempre stata a suo modo assai razionale nel mescolare i linguaggi, interpellando il jazz dal punto di vista improvvisativo (soprattutto grazie al sax) e lasciando al doom il contesto, la cornice. Il tutto mantenendo una linearità nel linguaggio generalmente alla portata di tutti, con ammiccamenti noise/no wave ampiamente istituzionalizzati (il suono del basso elettrico, ma anche i fiati “strizzati”) e una vena sperimentale in fondo ridotta. La bravura del trio, semmai, è sempre stata quella di cercare un equilibrio generale solido e che assegnasse ad ogni strumento il giusto compito da eseguire, oltre a un’approccio minimale ma fondamentalmente jazzistico e una certa originalità nelle scelte stilistiche.
Alla lunga, però, un suono che identifica potrebbe essere anche un suono che limita. In The Organ Grinder Rebecca Sneddon, Colin Stewart e Paul Archibald cercano di ovviare al problema con qualche stratagemma: in primis lavorano molto sulla fisicità della musica, come dimostrano le frequenze basse quasi disturbanti di brani come Open The Gate e Bicycle Day, e una batteria ovattata che sta sotto a tutto; poi chiamano a collaborare Luc Klein alla tromba e Patrick Darley al trombone; infine scelgono di rallentare ancora di più i ritmi arrivando a confezionare poltiglie sonore debordanti e allungate come i dieci minuti di The Woods o gli otto di Om, con cui costruire ambientazioni inquietanti e spigolose, silenti e rumorose al tempo stesso, ma anche libere da vincoli stilistici troppo stringenti. In brani come la cover di Horace Silver, Calcutta Cutie (in cui il batterista Paul Archibald suona anche il pianoforte) poi, sparisce il doom e rimane per la prima volta solo il jazz, fatto di per sé piuttosto sorprendente.
Tutto questo contribuisce a rendere la musica dei Free Nelson MandoomJazz ancora una volta degna di nota e vitale, e dimostra la bravura della formazione quando si stratta di esplorare i confini di un mix sonoro che evidentemente lascia buoni margini di manovra ai musicisti. Per ora tutto regge, insomma.
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