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Sembra ieri e invece no: dall’esordio dei Franz Ferdinand sono passati ben ventuno anni. Ventuno. Più o meno lo stesso lasso di tempo intercorso tra Diamond Dogs e 1. Outside, o tra The Freewheelin’ e Infidels per capirci (provate a fare lo stesso giochino con altre discografie che non siano Bowie o Dylan, se volete). Ere geologiche, per gli standard del rock di un tempo; l’altro ieri, per l’eterno presente musicale in cui sguazziamo beati, considerato anche come di quel suono e di quelle intuizioni (semplici eppure efficaci) arrivate a inizio millennio da quel di Glasgow si sono poi nutrite – e nutrono ancora – decine e decine di emuli. Termine che non usiamo a caso dacché noi di SA, a quel tempo, ci divertimmo – senza essere altrettanto influenti, ma capita – a coniare l’etichetta emul rock (ehm) per appiccicarla sopra ai Nostri ma anche a tutti quelli che, al giro di boa dei 2000 (Strokes, White Stripes, !!!, Yeah Yeah Yeahs e millemila altri) riprendevano il meglio della new wave chitarristica e ce lo risbattevano in faccia come nuovo, con faccia tosta, grande stile nel vestire e nell’acconciarsi i capelli e alcune grandi canzoni (e dischi).

Un trend fortissimo e apparentemente inarrestabile che – sciocchi noi e tutti quelli che cercavano di capirci qualcosa – non era poi un trend ma, semplicemente, la norma in era post-moderna. Vabbè. Ciò non toglieva che, al netto di sofismi e mappature, questi scozzesi che, saltellanti come quattro caricature impazzite, frullavano le chitarre di Orange Juice e Television con buone dosi di disco, post punk, glam e tanto pop, le canzoni le sapevano scrivere eccome e, pur tra alti e bassi, sono poi riusciti a barcamenarsi fino ai giorni nostri, senza avere adesso (giustamente) più nulla da dimostrare salvo scrivere nuove Hits To The Head. Così si intitolava la loro prima raccolta uscita nel 2022: venti successi inanellati per data d’uscita, a cui i nuovi brani di questo The Human Fear, capitolo discografico numero sei, cercano di rispondere con altrettanta verve – anche se le cose non sono esattamente le stesse di ventuno anni fa.

Oggi, ad Alex Kapranos non resta che raccogliere cosa ha seminato in un percorso coerente e a volte in salita, nonostante alcuni importanti pezzi persi per strada. Dopo gli abbandoni importanti dei membri fondatori Nick McCarthy (chitarra, tastiere) e Paul Thompson (batteria), è tempo per la band di varare anche in studio i nuovi innesti Audrey Tait e Dino Bardot, mentre Julian Corrie, già presente nel precedente Always Ascending (2019), contribuisce in fase di scrittura insieme ai membri veterani (oltre al cantante e chitarrista, rimane degli originali il solo Bob Hardy al basso), mentre a collaborare in veste di produttore ritroviamo Mark Ralph, già al lavoro con il team nell’ottimo Right Thoughts, Right Words, Right Action (2013).

Insomma, questi Franz Ferdinand 2.0 si presentano come un vero e proprio reboot del progetto originario, con nuova maturità e complessità art-pop ben evidente nel singolo apripista (e album opener) Audacious: un tour de force in cui ritroviamo i tratti distintivi del ben noto sound misti a una scrittura nient’affatto banale: le chitarre affilate anni 2000, un deliziosamente ingannevole pre-chorus in stile Kinks vaudeville e, naturalmente, una buona dose di grandeur alla All The Young Dudes nel ritornello, mentre la strofa viene arrangiata ogni volta in modo diverso. Una nuova ambizione che emerge ancora nell’arrangiamento dell’unica ballad del lotto, la classicheggiante e pianistica Tell Me I Should Stay che poi si dipana in suggestioni pop psichedeliche Ray Davies-iane (ancora!) mentre Everydaydreamer, con i suoi bassi gommosi e ben pompati (oggi come allora, le linee di Hardy restano la spina dorsale) rilancia e raddoppia glammeggiante senza far rimpiangere il summenzionato Right Thoughts, e che dire di una irresistibile The Doctor che, demenziale quanto basta (anche nel testo, con i suoi “thermometers to hold”), omaggia i mentori Sparks – sodali, si ricorderà, nel progetto FFS?

Una forma ritrovata che, mutatis mutandis, si riscontra pure negli altri due singoli: Night Or Day è una semi-ballad tra consueti citazionismi (il riff portante riecheggia We Love You degli Stones) e atmosfere da noir, con il crooning del frontman drammatico come non mai, mentre dal canto suo Hooked è – come da titolo – una pop-song stracolma di “ganci” (hook) tutta groove e riff sintetici ad alto tasso di ballabilità, con Alex che stavolta sembra evocare Jarvis Cocker – in collaborazione coi Yello – intonando nei versi il titolo del disco (aggiungendo “that’s alright with me”, a sottolineare come le paure umane siano parte del nostro contemporaneo: sì, siamo nel 2025 dopo tutto).

Tuttavia, l’impressione generale quando si alza la puntina è che quanto c’è di buono – e c’è, come constatato – non arriva sempre a primo ascolto, il che per un disco che si vuole pop, come questo, può rappresentare un problema; si aggiunga che, pur forte di una scaletta veloce che snocciola in scioltezza undici brani in poco più di mezz’ora, The Human Fear non colpisce sempre nel segno, con Cats e Build It Up che pur nell’appiccicosità quintessenzialmente Franz Ferdinand dei loro riff tradiscono autoreferenzialità (è l’inevitabile e proverbiale rovescio della medaglia), mentre Black Eyelashes pasticcia un po’ troppo con le origini greche del leader della truppa; a compensare arrivano a fine corsa il power pop di Bar Lonely e le chitarre sporche alla Marquee Moon / Talking Heads dell’ottima The Birds, a certificare una dose di ispirazione che, sebbene altalenante, vuole ancora venire fuori – con buona pace dei ventuno anni trascorsi da Take Me Out e il rischio costante e concreto di apparire (sì, stiamo davvero per scriverlo, perdonateci) fuori tempo massimo. Che sarebbe molto ironico, proprio alla luce di quanto detto in apertura. L’importante è, parafrasando, “don’t stop feeling audacious”. O almeno provarci.

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