Recensioni

Il nuovo disco dei Franz Ferdinand parte da un programma abbastanza preciso, in cui è sintomatica la scelta del produttore Philippe Zdar, alias metà dei Cassius (e prima ancora di La Funk Mob e Motorbass): quello di creare un sound contemporaneo capace di fare bella figura sulla pista di un club come sul palco di un concerto. Alex Kapranos e i suoi hanno chiamato questo concetto natural futurism, insistendo sul fatto che tutto l’album, parti elettroniche incluse, è suonato nel vero senso della parola e che nella loro testa questo doveva essere un suono contemporaneo del futuro (magari dell’immediato, bastava l’anno prossimo, come ha detto proprio Alex nella nostra intervista).
A premesse interessanti, un risultato coerente. Coerente anche con quello che gli scozzesi hanno sempre fatto e con l’idea di apportare dei cambiamenti in positivo alla loro formula. Metabolizzare la perdita di un membro fondatore in una band che non aveva mai cambiato line-up, non deve essere facile. Se questa defezione non sembra avere scombussolato più di tanto l’universo dei FF – tanto da far pensare che l’abbandono di Nick McCarthy sia di fatto indolore, almeno musicalmente – sarà perché è stata affrontata con brillantezza e lungimiranza tali da disinnescarne a priori il potenziale destabilizzante.
Con idee precise e un songwriting vivace, il quartetto di Glasgow confeziona da un certo punto di vista il suo classico disco. Tanto groove, pochi orpelli, brani concisi, che in rari casi superano i quattro minuti e in due soli vanno oltre i cinque. Ma sono più che giustificati perché si tratta del primo e dell’ultimo brano, il manifesto del disco e la sua degna chiusura. Di Always Ascending diciamo che oltre che la title-track, è lo specchio dell’album nel suo essere il pezzo più orecchiabile – non che gli altri non lo siano – e il più complesso, articolato collage tra un incipit decisamente melodico, una decisa sterzata funk, motivi pop e sonorità laterali (ma fino a un certo punto) che strizzano l’occhio alla house – con il gioco della scala Shepard evocato dal titolo (un canone eternamente ascendente, per dirla in gergo tecnico) a fare da ispirazione e da mastice sonoro. Don’t Kill Me Slow chiude invece con la melodia più intrigante, romantica e psichedelica. La più sorprendente (anche per questo tirata per le lunghe senza che venga a noia).
Dei nuovi innesti in formazione sul disco ne opera uno soltanto, ma sono proprio le sue tastiere e i suoi synth la carta jolly che permette ai Franz Ferdinand di giocare bene e di vincere questa mano. Julian Corrie, e in generale le tastiere e l’elettronica di questo disco, sono un elemento molto duttile che si nota sia per le incursioni elettroniche (gli arpeggi di synth in Lois Lane, i suoni da house spinta di Glimpse of Love), sia per un pianismo elettrico da vecchia scuola black perfetto per i riflessi soul di Paper Cages e il retrogusto r&b di Finally. Non c’è niente di nuovo o di rivoluzionario nella formula; magari il futurismo c’entra poco; sul resto, però, pochi dubbi, il sound dance-rock contemporaneo è servito: oltre al groove e alle melodie, ha anche i diversivi (comprese le citazioni “classiche”) contro la monotonia e i giri giusti, per il club o la sala da concerto.
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