Recensioni

Quando organizzi un party sai già che può succedere davvero di tutto. Ma c’è sempre spazio per scene splendide nella loro insensatezza. Figuriamoci, poi, se una di queste getta le basi per la carriera di un gruppo che con il disco di debutto va dritto a prendersi un Mercury Prize. Alex Kapranos si sta scolando la sua bottiglia di vodka a una festa, quando Nick McCarthy gliela toglie dalle mani. I due vengono quasi alle mani e proprio mentre sembra che stiano per prendersi a pugni, Kapranos dal nulla chiede “Suoni la batteria?!”. McCarthy non fa una piega e risponde di sì. In realtà, non l’ha mai fatto ma è arrivato a Glasgow da Monaco per suonare in una band.
Kapranos è uno studente d’inglese all’Università e conosciuto nell’ambiente musicale cittadino perché attivo in molti gruppi, tra cui i Karelia che facevano heavy metal e gli Amphetameanies che suonavano ska. Spesso frequenta amici che studiavano alla scuola d’arte. Tra questi, c’è Bob Hardy. Kapranos lavora anche come cuoco al Groucho St Jude e decide di dare una mano a Hardy, arruolandolo come commis, suggerendogli anche di imparare a suonare il basso. Tra una portata e l’altra, in cucina risuonano i dischi di Rolling Stones, Velvet Underground e Stooges.
Paul Thompson era già attivo nella scena musicale di Glasgow degli anni novanta, suonava la chitarra e si dilettava in lavori diurni, uno di questi era all’istituto artistico dove studiava Hardy. McCarthy aveva studiato contrabbasso jazz e nella città scozzese ci arriva su suggerimento di un fisarmonicista orcadiano che suonava con lui in una band. Con lui il quartetto è al completo, si perfeziona con lo scambio di strumenti tra McCarthy e Thompson, e si consolida attraverso un paio di principi condivisi. In primis, basta con il post rock e l’assenza di melodia. Quindi, vista la genesi del gruppo, la tristezza è bandita, a tal punto che la prova del nove per ogni brano è “dov’è il divertimento qui?”.

Siamo nel 2002. Esce Losing My Edge degli Lcd Soundsystem, l’anno prima gli Strokes avevano pubblicato Is This It e gli Interpol hanno all’attivo già un album e alcuni Ep. I quattro prendono appunti e cominciano a comporre musica che fa ballare, ricca di incastri chitarristici e con melodie facili da canticchiare. Mentre stanno guardando una corsa di cavalli, rimangono affascinati da un destriero che si chiama come l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este. Due nomi, l’allitterazione della erre, l’idea che la fine della vita di una persona combaci con l’inizio del primo conflitto mondiale e, poi, la storicità. È perfetto: Franz Ferdinand.
Va bene la storia, ma non si può rinunciare all’inclinazione artistica. I loro armadi sono pieni di vestiti di seconda mano presi da Oxfam, il primo concerto lo fanno a una mostra d’arte tutta al femminile e la loro sala prove è un magazzino in stile art déco abbandonato e ribattezzato Chateau. Si mettono d’impegno, lo puliscono e si attaccano illegalmente alla corrente elettrica pubblica. Ci organizzano concerti, invitano altri gruppi a suonare, allestiscono eventi artistici e improvvisano un bar illegale. Ma le lamentele degli altri inquilini non si fanno attendere qualche mese dopo la polizia irrompe nel bel mezzo di una festa con quattrocento persone e interrompe l’esibizione dei Franz Ferdinand imbrattati di sangue finto. Kapranos viene arrestato per disturbo della quiete pubblica e assenza delle varie licenze. Cadute le accuse, i quattro mettono su un nuovo Chateau, occupando un vecchio tribunale abbandonato. Per distinguersi, scelgono di non essere mai una band di supporto ed esibirsi sempre come unica attrazione.
Nel frattempo, i Franz Ferdinand non calamitano soltanto l’attenzione di forze dell’ordine e partygoer. Dopo un annetto di concerti, a una serata si presentano una quarantina di etichette. Kapranos ha perfezionato il suo piglio “teatrale”, complice un’attenzione alla performance derivata dall’osservazione di gente come David Bowie, Roxy Music e Mick Jagger. L’obiettivo del quartetto è “pubblicare un sette pollici e vendere cinquecento copie”. Al suo interno ci sarebbe dovuta essere la “migliore canzone pop mai ascoltata”. Ai party, alle velleità artistiche e all’approccio dance, nei brani della band si aggiunge quella che il cantante definisce “la strana euforia che arriva con le cose brutte”. La vita, in fondo, diventa eccitante quando le cose ti vanno male. Se sei felice che razza di musica vuoi scrivere? Nei testi entra la vita vera, la potente tragicommedia del quotidiano. Ciliegina sulla torta, l’autoironia.
Firmano per la Domino nel giugno 2003. A settembre il loro primo singolo, Darts of Pleasure, entra in classifica e ci sta per tre settimane, quattro mesi dopo Take Me Out si spinge fino alla terza posizione, un anno dopo l’album di debutto ha già venduto due milioni e vince il Mercury Prize. In America è disco d’oro, perciò siglano un contratto per un milione di dollari con la Epic Records. Il Time li considera “più caldi di un download di Paris Hilton”, per Entertainment Weekly sono “ballabili e ferocemente melodici”, Nme aveva avvisato tutti titolando in copertina “Questa band cambierà la tua vita!”, su Spin dicono che “il loro mix allegro di punk e rock con un pizzico di disco è un gradito cambiamento rispetto ai cloni più tranquilli dei Radiohead”. Qualche giornalista confessa addirittura di aver pianto dalla gioia per quanto l’album d’esordio fosse bello.
E, allora, questo debutto. La voce di Kapranos, accompagnato da qualche accordo accennato, parla di una diciassettenne – un personaggio ispirato alla Dawn Tinsley di the Office – impelagata in una tipica dinamica di lavoro. Un impiego come quello di Gregor, non appagante ma necessario per tirare su qualche soldo, di quelli che soltanto il pensiero di trovarsi da tutt’altra parte rende sopportabile. Così, appena raggiunta la triste scrivania, si comincia ad avvertire uno strappo, anticipato da un basso martellante. Non c’è il tempo di ragionarci su che Jacqueline è già esplosa in tutto il suo edonistico bisogno escapista. A questo fragore segue Tell Her Tonight, un divertissement su flirt e tradimenti dove il frizzante piglio dance s’intreccia con un ritornello ostinato costruito su un crescendo emotivo.
Take Me Out è un altro abbaglio. Parte dritto, acido, con un attacco che ti ha già preso: “So, if you’re lonely…”. È come se la musica seguisse il movimento di camera in un locale, c’è chi balla, chi è al bancone, chi cerca di parlare e, poi, su di un “So che non me ne andrò da qui con te…” il tempo rallenta, gli stacchi si fanno più scanditi, il brano riparte con tutt’altro piglio. Le chitarre si rincorrono, il rullante gioca con il charleston, il basso contiene la tensione, le voci abbandonano la melodia iniziale, che strizza l’occhio ai crooner, e diventano cori sguaiati, “Come ooooooooooon”.
Gli istinti vengono accartocciati da The Dark of the Matinée, titolo perfetto per una band che sceglie copertine ispirate al costruttivismo russo e si esibisce in outfit che ricordano l’eleganza di Pulp e Suede. Qui il gioco strutturalista è speculare a Jacqueline, il brano parte aggressivo, con un pre-ritornello dilatato che sfocia in un chorus tutti ritmico. La sorpresa arriva alla terza strofa, quando un sei ottavi e chitarre oniriche fanno da contorno all’ospitata di Kapranos a BBC Two nello show di Terry Wogan, dove racconta “come ce l’ho fatta”. È facile adesso, lo ripete mentre il brano riprende a marciare, con cori che adornano il finale.

In Auf Achse l’ambientazione si fa drammatica e puntella pene d’amore, mentre in Cheating On You torna il tema del tradimento, in fondo “è solo amore”. Se il testo è piuttosto elementare, la musica è irresistibile, trainata da un basso minimale e pulsante che la fa scorrazzare tra cambi di tonalità. Le chitarre tornano protagoniste in This Fire, che inizia con una progressione simile ai giochi degli Interpol e degli Strokes. Ancora una volta, i ritornelli sono ipnotici, con “This fire is out of control, I’m going to burn this city, burn this city” sillabato e assimilabile al primo ascolto. Darts of Pleasure, altra declinazione del rapporto d’amore e attrazione, è pura attitudine new wave schizofrenica che nel finale esplode in un coro cantato in tedesco: “Il mio nome è Super-fantastico, bevo champagne con il salmone!”. Michael racconta di un amore omosessuale – “This is what I am, I am a man so come and dance with me” – tra chitarre cinetiche, un basso bordante e un ritornello fuori controllo. In Come On Home tornano i marchi di fabbrica del disco – batteria travolgente, melodia accattivante, riff sferzanti – impreziositi da incursioni di tastiere.
Franz Ferdinand si chiude con il salto nel vuoto di 40’, probabilmente un riferimento alla scena iniziale dell’Ulisse di James Joyce – la band pubblicherà successivamente un brano dal titolo Ulysses – ambientata nel promontorio di Forty Foot. Forte di uno dei migliori riff dell’album, la canzone è l’ennesimo saliscendi d’intensità che a un certo punto regala anche echi reggae, con tanto di melodica in delay. È un finale inaspettato, meditabondo, per un album che decenni dopo conserva tutta la sua festosa ebrezza.
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