Recensioni

François Ozon è tornato. A poco più di un anno da Frantz – incursione a gamba tesa all’interno di un cinema più istituzionale e classico – il regista francese torna su territori più familiari, sulla scia di lavori come Nella casa e soprattutto Una nuova amica, in cui il tema onnipresente del doppio si ingarbuglia a tal punto da sdoppiarsi a sua volta, fino a risultare un semplice (ma gustosissimo) pretesto per mettere in moto la macchina cinema. Con Doppio amore, infatti, Ozon parte dalla più classica delle basi hitchcockiane per indagare la mente dei suoi personaggi, ai quali è da sempre morbosamente attaccato, quasi si trattasse di raccontare ogni volta una parte di sé nascosta per troppo tempo e poi riscoperta. La voglia di mettersi in gioco pur conoscendo a menadito le regole della competizione rende il regista perfino più imprudente del solito, lo induce a scommettere in maniera spropositata sulla benevolenza dello spettatore, che di rimando rimarrà con lo sguardo incollato sullo schermo per tutta la durata del prestigio, ma il rischio è quello di mostrare troppo presto le carte (e chi è avvezzo a certo cinema non potrà fare a meno di indovinare) e interrompere un flusso costante di citazioni, rimandi, sospiri e, appunto, sdoppiamenti.
Gioca costantemente con l’estremo in questa sua ultima fatica Ozon, perché il doppio è indubbiamente uno dei temi di cui si è più abusato in certo cinema intellettuale: si scomodano mostri sacri come Hitchcock, De Palma ovviamente, ma anche certe perversioni polanskiane (con l’acconciatura di Marine Vacth praticamente presa in prestito da quella di Mia Farrow in Rosemary’s Baby, con annesse disamine sulla paranoia delle relazioni e sul concepimento) e verhoeveniane (non è un caso che un film del genere arrivi dopo la sconfitta di Frantz ai Cesàr per mano di Elle). Alla pari di un architetto, Ozon costruisce mattone su mattone, eccesso su eccesso, con un continuo intersecare geometrie e simmetrie, con un intellettualismo spudoratamente sbandierato, un isterismo spontaneo e per questo urlato; il suo sottile inganno, anch’esso – come la protagonista – psicanalizzato in maniera consapevole dalla storia del cinema, che giace lì in un angolo in attesa di sapere se anche al regista francese un giorno sarà permesso di sedere accanto ai maestri di cui sopra.
Ed ecco quindi il colpo di genio: alla fine della girandola di avvenimenti e ribaltamenti, i personaggi messi in campo, ciascuno col proprio doppio tormentato, si scambiano così tante volte di ruolo che finiscono per generare una parodia involontaria (oppure coscienziosissima) non solo della storia raccontata, ma perfino del genere di riferimento, sia esso un canonico thriller erotico o un horror psicologico. Tutti i continui sbalzi, le volgarità (mai gratuite), le immagini – per alcuni – raccapriccianti che si susseguono sullo schermo sono l’ennesimo asso nella manica di un regista che coglie ancora il potere assoluto dell’immagine sulla parola, quello della carne sul corpo (di donna o di uomo poco importa, poiché siamo vittime dei medesimi istinti), della perversione e della deformità (il film non si risparmia nemmeno dei vistosissimi rimandi al Cronenberg di Inseparabili) sull’intelletto e la logica. Al suo diciassettesimo film in nemmeno vent’anni di carriera, François Ozon ha ancora il coraggio di scommettere sul proprio pubblico, il quale – se consapevole di quello che comporta abbandonarsi nelle sua braccia – accetterà di buon grado la sfida, anche con il rischio di perderla. Ma con la storia del cinema dalla sua parte, Ozon non perde.
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