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“…Leave no trace of grace just in your honor...

Canta così Cat Power nella sua meravigliosa The Greatest scelta da François Ozon come colonna sonora degli ultimi istanti del suo nuovo film Ricky – Una storia d’amore e libertà (Ricky, 2009), in concorso al 59′ Festival di Berlino e da pochi giorni in Italia. Non si può che darle ragione perché, in certo qual modo, Ricky è il più grande.

François Ozon è un regista controverso e dalla cinematografia ondivaga per generi e modalità esecutive ma riesce qui ad allontanarsi da ogni possibile categorizzazione o riduzione a schema. Ma in realtà Ozon ha qui un’intenzione ben diversa: rapire lo spettatore e svegliarlo alla fine del film lasciando a lui decifrare quanto mostrato. Nella triste periferia parigina fatta di palazzi grigi, di freddi che si infilano dentro le ossa e di scadenze economiche sempre troppo ravvicinate, Katie, Alexandra Lamy, vive la sua routine quotidiana senza guardarsi attorno ma solamente percorrendo triste la sua strada. Quella che porta dal suo piccolo appartamento alla scuola di sua figlia Lisa, Mélusine Mayance, e da lì fino alla fabbrica dove lavora alla catena di montaggio. Un giorno incontra Paco, Sergi Lòpez, e presto si ritrova incinta di un bambino al quale sarà dato nome Ricky e che ha un dono molto particolare e straordinario.

Non precederò oltre nella sinossi perché quanto di più bello c’è in questo film è proprio il non riuscire a collocarsi nel racconto e lo straniamento nei confronti di quanto avviene da questo momento del film in poi. La surreale naturalezza con la quale tutto il mondo continua a girare allo stesso modo dinanzi al portento di Ricky stravolge le aspettative dello spettatore che si attenderebbe, naturalmente, di potersi immedesimare nelle paure, nei sorrisi e nei dubbi dei protagonisti. Essi, invece, vivono il miracolo di Ricky con la “tranquillità” del quotidiano irrorato da una nascita, come avviene in tutte le case nelle quali è accolta una nuova vita. La morbosità della stampa e della gente attorno a loro è la stessa che si riversa in qualsiasi evento raro o insolito e non sfiora minimamente il prodigio e il mistero del piccolo.

Ozon dice che ha voluto girare un film su una famiglia e non su un bambino straordinario ed è evidente questo intento. Qui sta la grandezza del film. La progressione narrativa si riempie di segnali, di indizi che lo spettatore coglie ma che non portano a nessuno sviluppo risolutivo dal punto di vista del mistero. Il gas che la donna respira, l’avvicinamento del Natale, il già citato quotidiano triste e grigio fanno da cassa d’altoparlante a quanto si vede. Lo sguardo della piccola Lisa è posto da Ozon sempre dove si fa più forte il vincolo metaforico, la fantasia e il sentimento, quasi a mostrare che lei sola può sentire, capire e difficilmente sopravvivere a tale portata epifanica perchè ancora nel tempo del sogno e delle favole. Come se sapesse già tutto, la sorellastra di Ricky avrà in dote le sue ali d’angelo nella squisita scena conclusiva del film: l’abbraccio di una famiglia ricostituitasi nel momento unico e magico in cui tutto, finalmente, non richiede più spiegazioni. Anche oltre il ricordo della sequenza iniziale così forviante e forte.

Molti raccordi temporali sono labili o errati: si fa difficile collocare a posteriori, così lavora qui Ozon, la sequenza iniziale del film e credere alla didascalia che recita “Pochi mesi prima” ma proprio qui devono tornare utili le parole di François Truffaut quando, parlando dei critici cinematografici, diceva che è così facile amare se si smette per un istante di pensare. Proprio qui lo spettatore si rianima, si riprende dal mostrato e assimila quanto visto. Solo grazie all’endemica necessità d’amore e poesia che, comunque, abita questo mondo. E che spesso rende possibile accettare senza porre domande che risulterebbero superflue.

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