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7.4

Al di là del gusto soggettivo con cui si giudicano solitamente i dischi, non si può non ammettere che ogni volta che lavora a un progetto musicale (tra i tanti, Santo Barbaro e John De Leo, senza citare l’attività di tecnico del suono che svolge nello studio di registrazione analogico L’amor mio non muore), non ultimo il suo Francobeat, Franco Naddei dimostra sempre una grande creatività. Nel 2006 il suddetto “marchio” da solista esordiva con un Vedo beat che rielaborava la gloriosa tradizione “bitt” nostrana degli anni 60, facendola propria; nel 2011 era Gianni Rodari il protagonista di un Mondo Fantastico che, partendo dalle celebri composizioni in rima dello scrittore di Omegna, ipotizzava mondi musicali particolarmente fantasiosi in bilico tra jazz, elettronica e cantautorato; nel 2014 Radici aveva la felice intuizione di partire da testi composti dagli ospiti della residenza per disabili mentali “Le Radici” di San Savino per costruire canzoni personalissime e poetiche.

A dieci anni da quel disco, Naddei torna con un Amour Automatique che è al tempo stesso uno degli album più ambiziosi e più personali mai scritti dal musicista forlivese. È un disco che cresce sulla distanza, tanti e tali sono i marchingegni armonici e strumentali racchiusi dai suoi dieci brani, e che non ha più la “scusa” del concept a indirizzarne il tragitto. Siamo davanti a un Naddei nudo e crudo, verrebbe quasi da dire ascoltando testi che parlano di rapporti personali, sesso e riflessioni sulla vita, oltre che felicemente affezionato a una scrittura che potremmo accostare per ricchezza formale – ma con uno stile meno aulico e più “pop”- a quella caleidoscopica e virtuosa del già citato John De Leo. 

In Amour Automatique c’è di tutto, e tutto è costruito con una curiosità che non è mai calcolo, semmai voglia di osare accostamenti inconsueti. Si va da una Amore automatico colta a citare il duo GainsbourgBirkin (la voce femminile è di Paola Venturi) ma in chiave ambient a una Se rinasco filastrocchesca e “polemica” in un modo tutto suo; da una Bocche finemente combattuta tra un cocktail di tribalismi (alla batteria c’è Youssef Ait Bouazza) e un quartetto d’archi a una La notte cullata dalle percussioni di Vince Vallicelli e che sa di insonnia e Africa. Il premio “canzone d’amore più ironica dell’anno” se lo aggiudica invece una Amore Geometrico («Parlami dei tuoi orgasmi / Li hai contati mai / Raccontami come ti tocchi / Dimmi quanti lati hai / Ricalcola i tuoi eccessi / Triangoli ne hai? / Lo hai mai fatto dentro un cinema / O i film sei tu che te li fai?») in cui sembra di ascoltare la coralità rumorosa degli Akron/Family ma in un contesto leggermente più futuristico, mentre Oro di uno, con quegli spostamenti di peso tra sequencer e archi, è un dialogo intenso tra strumenti e voci.

In chiusura di scaletta La lingua batte si candida a brano più profondo ed emotivamente toccante tra tutti quelli contenuti nell’album, sorta di autoanalisi malinconica e in crescendo filigranata a dovere da synth e batteria (Fabio Nobile), mentre Non sono romantico completa il cerchio del Naddei-pensiero in modo quasi charliebrownesco, riflettendo con leggerezza sui cambiamenti che impone la vita e affidandosi alle “onde” calde dell’armonium di Gianni Perinelli.  

In Amour Automatique Francobeat non fa solo quello che aveva già fatto più che bene nei lavori precedenti, ovvero creare un universo musicale con regole proprie in cui far piacevolmente naufragare l’ascoltatore, ma sceglie di mettersi in gioco indossando il vestito migliore e lavorando su sé stesso con il consueto, stralunato surrealismo. Il risultato finale è un disco eccellente, oltre che coerente con una storia musicale (per nostra fortuna) ben poco abituata ai cliché.

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